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Politica estera

Il video e i sondaggi in crescita: cosa c’è dietro l’offensiva dell’ex ministro (e alleato) Fedorov contro Zelensky

Dopo il licenziamento e le proteste di piazza, l’ex uomo chiave del presidente chiede il ritorno alle urne e denuncia una “crisi sistemica di governo”

FILE - Ukraine's Defense Minister Mykhailo Fedorov speaks to journalists during a joint press conference with Sweden's Defense Minister Pal Jonson in Kyiv, Ukraine, Wednesday, July 1, 2026. (AP Photo/Efrem Lukatsky, file) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

L’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov rompe apertamente con il sistema di potere che lui stesso contribuì a costruire. È il primo esponente politico ucraino di primo piano, dall’inizio dell’invasione russa, a chiedere pubblicamente il ritorno alle urne e lo fa con un video sul suo canale Youtube, che fa molto discutere. Una sfida che arriva dopo il suo clamoroso licenziamento, le proteste di piazza e sondaggi che lo hanno già trasformato da ex ministro silurato in potenziale rivale di Volodymyr Zelensky.

La frase più pesante non è nemmeno quella sulla necessità di votare. È tutto ciò che la precede. Fedorov parla di istituzioni che hanno paura del cambiamento, di corruzione, di nomine basate sulla fedeltà più che sulla competenza e di una macchina dello Stato che, a suo giudizio, sta entrando in una “crisi sistemica di governo”. Non pronuncia mai il nome di Zelensky, ma il messaggio è difficilmente equivocabile.

L’Ucraina è ancora sottoposta alla legge marziale, che impedisce lo svolgimento delle elezioni. Il mandato presidenziale di Zelensky è formalmente scaduto nel maggio 2024, ma il quadro costituzionale e la legge hanno impedito lo svolgimento delle presidenziali. Fedorov sostiene ora che sia necessario trovare una soluzione che consenta comunque agli ucraini di scegliere i propri rappresentanti, nonostante guerra, sfollamenti e la diaspora che ne è conseguita.

La cacciata che ha trasformato Fedorov in un problema politico

Il primo capitolo della storia è il licenziamento. A luglio Zelensky ha rimosso Fedorov dalla Difesa dopo appena circa sei mesi alla guida del ministero. La decisione è arrivata nel pieno di uno scontro interno sulla gestione delle forze armate e sulle riforme del settore della difesa. Fedorov, che aveva costruito la propria reputazione su tecnologia e sull’innovazione militare, era diventato una figura sempre più popolare anche fuori dal governo.

La sua uscita non è però passata inosservata. Al contrario: il licenziamento ha provocato proteste a Kiev e in tutto il Paese, con manifestanti che chiedevano il suo ritorno e contestavano contemporaneamente il comandante delle forze armate Oleksandr Syrskyi.

La protesta ha avuto un effetto concreto. Zelensky ha successivamente rimosso anche Syrskyi, sostituendolo con il generale Mykhailo Drapatyi. Fedorov, invece, non è stato reintegrato alla Difesa. Al contrario, gli è stato prospettato un altro incarico, ma l’ex ministro ha respinto l’ipotesi di un ruolo alternativo, insistendo sulla necessità di avere reali strumenti per portare avanti il proprio programma.

Fedorov ha poi sostenuto che alla base della sua rimozione ci fossero anche i suoi tentativi di riformare il sistema degli approvvigionamenti militari, intervenendo su gare, trasparenza e struttura gestionale.

Fedorov, l’uomo della macchina digitale di Zelensky

Prima di diventare ministro della Difesa, Fedorov è stato uno dei principali artefici della trasformazione di Zelensky da star televisiva a candidato presidenziale vincente. Nel 2019 guidò la strategia digitale della sua campagna elettorale, lavorando sull’utilizzo di social network, video e strumenti digitali per costruire una relazione diretta tra il candidato e gli elettori.

Era un approccio destinato a diventare uno dei marchi di fabbrica del nuovo potere ucraino: meno partito tradizionale, più comunicazione diretta; meno apparato, più tecnologia; meno intermediari, più rapporto immediato con il pubblico.

Dopo la vittoria di Zelensky, Fedorov è diventato ministro della Trasformazione digitale e vicepremier, rimanendo per anni tra gli uomini più importanti della squadra presidenziale. È stato associato alla digitalizzazione della pubblica amministrazione, al progetto “Stato nello smartphone” e, dopo l’invasione russa, alla trasformazione tecnologica della macchina militare ucraina.

Il suo passaggio alla Difesa, nel gennaio scorso, aveva rappresentato la logica prosecuzione di quella traiettoria: portare nella guerra la stessa cultura tecnologica con cui aveva modernizzato lo Stato.

Per questo la rottura attuale assume un significato particolare. Fedorov non sta contestando Zelensky dall’esterno del sistema. È uno degli uomini che hanno contribuito a costruire il sistema politico e comunicativo del presidente.

Dai cortei ai sondaggi: la protesta può diventare una candidatura?

Per ora bisogna si dovrebbe evitare un salto logico: Fedorov non ha annunciato alcuna candidatura alla presidenza. La sua richiesta è quella di consentire agli ucraini di votare. Ma il contesto rende inevitabile leggere il messaggio anche in chiave personale.

Il suo consenso è infatti cresciuto nelle settimane successive al licenziamento. Un sondaggio realizzato dal Socis Center all’inizio di agosto lo colloca al 13,1% in un ipotetico primo turno, dietro Zelensky al 22,3% e l’ex comandante in capo Valerii Zaluzhnyi al 21,4%. Ancora più significativo il dato sul ballottaggio: secondo la stessa rilevazione, Fedorov potrebbe prevalere su Zelensky con il 63,8% contro il 36,2%.

Sono scenari ipotetici e non equivalgono a una previsione elettorale, ma non sono privi di peso politico; anzi, spiegano perché il licenziamento sia diventato politicamente difficile da archiviare. Le proteste hanno trasformato Fedorov in un simbolo. I sondaggi gli hanno dato una possibile base elettorale. E le sue dichiarazioni hanno aggiunto l’elemento che mancava: una piattaforma politica. Non una candidatura, ancora, ma un principio intorno al quale costruirla: la guerra, a suo dire, non può diventare una sospensione indefinita della competizione democratica.

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