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Politica estera

Islanda, schiaffo a Bruxelles: vince il “No” per l’adesione all’Ue

Il “No” è riuscito a dare al referendum, soprattutto agli occhi dei più giovani, una dimensione concreta, legandolo a temi come pesca, agricoltura, sovranità e gestione delle risorse. Il “Sì” ha faticato maggiormente a tradurre le proprie ragioni in benefici immediatamente percepibili

Election officials assist a voter at a polling station inside Reykjavik City Hall in Reykjavik, Iceland, Saturday, Aug. 29, 2026. (AP Photo/Marco Di Marco)

Secondo l’emittente pubblica islandese RÚV, il fronte del “No” ha raggiunto il 52,5% dei voti. Circa 270.000 islandesi avevano diritto di voto. Le aree rurali hanno mostrato una netta propensione per il “no”, mentre Reykjavík, più giovane, urbana e cosmopolita, ha votato per riaprire il dossier europeo.

Per capire perché un Paese di meno di 400mila abitanti sia arrivato a questo appuntamento bisogna tornare alla crisi finanziaria del 2008-2009. Fu proprio nel pieno del collasso del sistema bancario islandese che Reykjavík presentò la propria candidatura all’Unione europea nel 2009. I negoziati partirono nel 2010, ma furono progressivamente congelati dopo il cambio di governo del 2013. L’adesione non venne mai formalmente perfezionata ma la candidatura è rimasta giuridicamente valida.

Da allora, però, l’Islanda non è rimasta estranea all’integrazione europea. È membro dello Spazio economico europeo e dell’EFTA e partecipa all’area Schengen. In altre parole, gran parte del rapporto economico con l’Europa esiste già. Il punto controverso è proprio questo: per i favorevoli, Reykjavík applica già numerose regole europee senza avere un posto al tavolo dove quelle regole vengono decise. È una differenza che assume un peso particolare in un Paese dove la sovranità sulle risorse naturali è parte integrante dell’identità nazionale.

Il fattore decisivo sembra essere stato soprattutto il timore di perdere il controllo sulle risorse nazionali, prima ancora che un rifiuto ideologico dell’Europa. Il tema più delicato rimane infatti quello della pesca. L’industria ittica non è semplicemente uno dei settori dell’economia islandese: rappresenta una questione di sovranità nazionale, controllo delle risorse e identità. Il settore rappresenta circa il 40% delle esportazioni di beni islandesi ed è molto più di un comparto economico: è intrecciato alla storia e all’identità nazionale. Il ricordo delle “Cod Wars”, le guerre del merluzzo con il Regno Unito, ha contribuito a trasformare il controllo delle acque territoriali in una questione quasi identitaria.

I contrari all’adesione temevano che l’ingresso nell’Ue potesse limitare la capacità di Reykjavík di gestire autonomamente le proprie acque e i propri contingenti di pesca attraverso la Politica comune sulla pesca. È uno dei motivi per cui nelle comunità rurali e nelle aree maggiormente legate all’economia ittica la decisione del “no” è particolarmente forte.

A questo si è aggiunta l’agricoltura. Nelle aree rurali il timore è che l’integrazione europea potesse mettere sotto pressione un sistema agricolo costruito su condizioni molto particolari, con una concorrenza esterna capace di modificare prezzi, produzione e sicurezza alimentare. La campagna del No ha saputo saldare questi timori con un messaggio più ampio: Bruxelles come rischio per la capacità dell’Islanda di decidere autonomamente del proprio modello economico.

A rendere il quadro ancora più complesso è arrivato il tema del costo della vita. L’inflazione e l’elevato costo del denaro hanno alimentato il timore secondo cui un legame più stretto con l’Ue potrebbe offrire maggiore stabilità economica. Tra le prospettive evocate dai favorevoli vi è anche quella dell’adozione dell’euro, sebbene questa non sarebbe una conseguenza immediata del referendum né dell’eventuale apertura dei negoziati.

Ma il referendum non si svolge più nell’Europa e nel mondo del 2013. La guerra in Ucraina, la crescente competizione strategica nell’Artico e le tensioni nei rapporti transatlantici hanno riportato il Nord Atlantico al centro della geopolitica. In questo contesto, le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia hanno avuto un impatto inevitabile sul dibattito islandese.

L’argomento della sicurezza, tuttavia, non ha cancellato quello della sovranità. Al contrario, lo ha reso ancora più complesso. L’Islanda è già membro della NATO e occupa una posizione strategica nell’Atlantico settentrionale, tra Nord America ed Europa. Per i sostenitori dell’adesione, entrare nell’Ue significherebbe aggiungere una dimensione politica ed economica europea a una collocazione strategica già fortemente occidentale.

Tuttavia, la geopolitica che aveva spinto il governo di Kristrún Frostadóttir ad accelerare sul referendum non è bastata a spostare l’elettorato verso Bruxelles. La sicurezza avrebbe potuto favorire l’argomento europeista, ma alla fine ha pesato maggiormente la convinzione che, proprio in un mondo sempre più instabile, fosse meglio conservare il massimo controllo nazionale.

Infine, c’è stata una questione di campagna elettorale. Il fronte del No è riuscito nelle ultime settimane a trasformare il referendum, soprattutto fra i giovani, in una scelta molto concreta: pesce, agricoltura, sovranità, controllo delle risorse. Il Sì, al contrario, ha avuto più difficoltà a spiegare un vantaggio immediato: l’argomento era soprattutto prospettico — maggiore stabilità economica, possibile riduzione di inflazione e tassi, maggiore peso politico europeo. In una consultazione così ravvicinata, il messaggio del No è risultato più semplice e più facilmente mobilitante.

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