L’immigrazione continua a essere uno dei principali terreni di confronto politico europeo, ma negli ultimi mesi il quadro è cambiato più rapidamente della narrazione pubblica. Se fino al 2023 l’Italia era il simbolo della pressione nel Mediterraneo centrale, nel 2026 il calo degli sbarchi ha modificato profondamente lo scenario. Secondo i dati del Ministero dell’Interno, gli arrivi via mare risultano in forte diminuzione rispetto all’anno precedente, con una riduzione nell’ordine del 37% su base annua, mentre Frontex aveva già certificato nei primi mesi del 2026 un calo di circa il 40% degli attraversamenti irregolari verso l’intera Unione europea.
Questo non significa che la pressione migratoria sia scomparsa. Significa piuttosto che si è redistribuita lungo rotte differenti. La Spagna continua infatti a confrontarsi con flussi consistenti lungo la rotta atlantica delle Canarie, nel Mediterraneo occidentale e, nelle ultime settimane, con la crisi di Ceuta, che ha riacceso il dibattito sulla solidarietà europea e sulla protezione delle frontiere esterne.
Il confronto tra Italia e Spagna diventa così un laboratorio per comprendere come due governi, entrambi collocati sul fronte meridionale dell’Unione, abbiano adottato strumenti profondamente diversi.
L’Italia punta sulla riduzione degli sbarchi e sugli accordi con i Paesi di transito
La strategia italiana degli ultimi anni ha avuto come priorità il contenimento degli arrivi irregolari con conseguente dimezzamento degli ingressi in Italia che sono stati 14.340 (-55%). Roma ha agito attraverso una combinazione di accordi con Libia e Tunisia, rafforzamento della cooperazione con i Paesi africani, maggiore attività investigativa contro i trafficanti e controllo delle partenze.
I numeri mostrano un cambiamento evidente. Il Ministero dell’Interno registra un netto ridimensionamento degli sbarchi rispetto al 2025, mentre UNHCR conferma che, nei primi sei mesi del 2026, le principali nazionalità sbarcate in Italia sono Bangladesh (29,5%), Somalia (11,4%), Sudan (9,5%), Pakistan (8,2%), Algeria (7,7%) ed Egitto (6,4%). La maggior parte delle partenze continua a concentrarsi sulle coste libiche, seguite dalla Tunisia.
Il risultato è un alleggerimento della pressione sui punti di sbarco italiani rispetto ai picchi registrati tra il 2022 e il 2023. Resta però aperta la questione dell’accoglienza, delle procedure di asilo e dei rimpatri, aspetti sui quali il dibattito europeo rimane acceso.
La Spagna: Canarie, Ceuta e regolarizzazioni
Tutte le destinazioni, dalla sponda sud a quella nord del Mediterraneo, sono protagoniste di un rallentamento. Il più evidente riguarda la rotta occidentale proprio verso la Spagna, crollata del 67% rispetto a un anno fa. La Spagna vive una realtà migratoria meno concentrata sul Mediterraneo centrale e più distribuita tra la rotta atlantica verso le Canarie, gli attraversamenti nel Mediterraneo occidentale e le enclavi di Ceuta e Melilla.
Secondo UNHCR e Frontex, nel 2026 gli arrivi registrati lungo la rotta occidentale sono composti prevalentemente da cittadini algerini, che rappresentano oltre il 42% degli ingressi censiti.
Parallelamente, Madrid ha scelto di accompagnare il controllo delle frontiere con politiche di integrazione più estese. Nel 2026 il governo Sánchez ha avviato una vasta procedura di regolarizzazione straordinaria destinata a centinaia di migliaia di persone già presenti sul territorio, una misura che ha suscitato forti critiche da parte delle opposizioni ma che l’esecutivo considera necessaria per far emergere il lavoro irregolare e favorire l’integrazione economica.
La recente crisi di Ceuta ha tuttavia dimostrato quanto il sistema rimanga vulnerabile. Dopo l’ingresso irregolare di decine di migliaia di persone provenienti dal Marocco, Madrid ha rivendicato la rapidità dei respingimenti e della cooperazione con Rabat, chiedendo maggiore solidarietà ai partner europei.
Due modelli opposti, ma la vera sfida resta europea
Il confronto tra Italia e Spagna mostra come non esista una ricetta unica.
Roma privilegia il contenimento a monte dei flussi e la riduzione degli sbarchi, facendo leva sulla cooperazione con i Paesi di origine e di transito e sul rafforzamento del controllo delle frontiere marittime. Madrid, pur investendo anch’essa nel controllo delle frontiere, ha mantenuto un’impostazione più favorevole all’integrazione e alla regolarizzazione di chi è già presente nel Paese.
Entrambi i modelli, tuttavia, dipendono da fattori che nessun governo nazionale può controllare completamente: la stabilità del Nord Africa, la collaborazione con il Marocco, la situazione in Libia e Tunisia, le crisi nel Sahel, i conflitti in Sudan e nel Corno d’Africa e, soprattutto, la capacità dell’Unione europea di trasformare il nuovo Patto su migrazione e asilo in una politica realmente condivisa.
