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PerchÉ è meglio che netanyahu vinca

La permanenza di Bibi è un fattore di stabilità

Perché è meglio che Netanyahu vinca

People cross a bridge beneath a television campaign advertisement featuring Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, right, and his main rival, opposition candidate Gadi Eisenkot, ahead of Israel's general election in Ramat Gan, Israel, Sunday, Oct. 18, 2026. (AP Photo/Oded Balilty)

Nel grande e caotico scacchiere del Medio Oriente, le prossime elezioni israeliane rappresentano un banco di prova decisivo per la sicurezza e la stabilità strategica dell’intero blocco atlantico. Analizzando il dibattito che attraversa le principali cancellerie e la stampa americana - dal Wall Street Journal agli approfondimenti dell’Hudson Institute -, emerge una tesi che le diplomazie occidentali stentano ad ammettere apertamente, ma con cui devono costantemente fare i conti: la permanenza al potere di Benjamin Netanyahu viene vista da Washington e dall’Europa come un elemento di stabilità e deterrenza indispensabile per l’Occidente.

Tre sono i nodi strategici fondamentali. In primo luogo, il contenimento dell’Iran. Per la sicurezza atlantica, Teheran e la sua articolata rete di proxies rappresentano una minaccia diretta e permanente. Negli ambienti strategici americani, la leadership del Likud è considerata l’unica forza capace di esercitare una «deterrenza pura», spinta senza esitazioni sul piano operativo. Per l’Europa e gli Stati Uniti, disporre a Gerusalemme di un governo determinato a farsi carico in prima persona dell’iniziativa militare e dell’intelligence contro l’asse iraniano costituisce un vantaggio geopolitico di primo piano.

In secondo luogo, la tenuta degli Accordi di Abramo porta l’impronta politica del Likud. L’alleanza tra Israele e le monarchie arabe moderate ha ridefinito la mappa della regione. Questo blocco rappresenta un contrappeso strategico fondamentale non solo contro l’estremismo, ma anche di fronte alla progressiva penetrazione economica e diplomatica di Pechino e della Russia nello scacchiere mediorientale.

Infine, il tramonto delle illusioni diplomatiche in favore di un rigoroso pragmatismo «Security-First». Di fronte alla crisi dell’Autorità Palestinese, la priorità per Washington e Bruxelles resta la stabilità dell’infrastruttura di difesa. La certezza di un’Israele guidata con mano ferma rimane per l’Europa e gli Usa un perno strategico irrinunciabile.