Nel grande e caotico scacchiere del Medio Oriente, le prossime elezioni israeliane rappresentano un banco di prova decisivo per la sicurezza e la stabilità strategica dell’intero blocco atlantico. Analizzando il dibattito che attraversa le principali cancellerie e la stampa americana - dal Wall Street Journal agli approfondimenti dell’Hudson Institute -, emerge una tesi che le diplomazie occidentali stentano ad ammettere apertamente, ma con cui devono costantemente fare i conti: la permanenza al potere di Benjamin Netanyahu viene vista da Washington e dall’Europa come un elemento di stabilità e deterrenza indispensabile per l’Occidente.
Tre sono i nodi strategici fondamentali. In primo luogo, il contenimento dell’Iran. Per la sicurezza atlantica, Teheran e la sua articolata rete di proxies rappresentano una minaccia diretta e permanente. Negli ambienti strategici americani, la leadership del Likud è considerata l’unica forza capace di esercitare una «deterrenza pura», spinta senza esitazioni sul piano operativo. Per l’Europa e gli Stati Uniti, disporre a Gerusalemme di un governo determinato a farsi carico in prima persona dell’iniziativa militare e dell’intelligence contro l’asse iraniano costituisce un vantaggio geopolitico di primo piano.
In secondo luogo, la tenuta degli Accordi di Abramo porta l’impronta politica del Likud. L’alleanza tra Israele e le monarchie arabe moderate ha ridefinito la mappa della regione. Questo blocco rappresenta un contrappeso strategico fondamentale non solo contro l’estremismo, ma anche di fronte alla progressiva penetrazione economica e diplomatica di Pechino e della Russia nello scacchiere mediorientale.
Infine, il tramonto delle illusioni diplomatiche in favore di un rigoroso pragmatismo «Security-First». Di fronte alla crisi dell’Autorità Palestinese, la priorità per Washington e Bruxelles resta la stabilità dell’infrastruttura di difesa. La certezza di un’Israele guidata con mano ferma rimane per l’Europa e gli Usa un perno strategico irrinunciabile.
