Recinzioni e polizia. Barriere in mare. Contenimento. Sorveglianza rafforzata. Sospensione «a tempo» dell’accordo di Schengen decisa quasi 500 volte dal 2006 dai governi d’Europa. Da singoli firmatari o gruppi di Paesi. E spesso da esecutivi a trazione socialdemocratica o liberale, senza che la sinistra italiana facesse troppe grinze. La stessa che oggi, dal Pd a +Europa, chiede che Meloni giustifichi in Parlamento lo stop alla libera circolazione con la Spagna. Silenzio radio quando l’allora cancelliere tedesco Scholz blindò la Germania, nel settembre ’24, per limitare l’immigrazione irregolare, contrastare la minaccia del terrorismo islamista e gestire pressioni politiche interne; il socialdemocratico decretò un mese di stop. All’epoca, non un rimbrotto neppure da Sánchez, impegnato con «Olaf» e con la famiglia progressista a ottenere ruoli nella Commissione europea, provando a ridimensionare il peso delle nomine conservatrici e delle destre. Per ragioni di ordine pubblico come G8 e G20, sanitarie in periodo Covid, per minacce terroristiche e pressione migratoria, l’Italia è comunque in coda alla
classifica delle sospensioni. Austria prima con una cinquantina, Norvegia e Germania seconde, Finlandia e Francia a seguire; con Repubblica ceca, Polonia e Slovacchia in rapida risalita. Il premier spagnolo è però andato giù duro sullo stop italiano: dettato da ignoranza o interessi politici, secondo l’esponente più in vista della famiglia socialista Ue. Negli anni, quando la componente migratoria spingeva sul Continente riempiendo gli hotspot italiani, non destarono invece scandalo scelte analoghe compiute da altri della sua stessa compagine. Inclusa Mette Frederiksen, che guida la Danimarca dall’estate ’19. E che, da sinistra, ha inasprito i controlli in patria e oggi sposa la linea Meloni. Il Sánchez furioso si ritrova quasi da solo nell’Ue, provando a farne un caso di sciacallaggio Maga. Ma la narrazione non tiene. Si scontra con la storia, di Schengen: 21 anni fa, luglio 2005, la Francia guidata da Chirac, con Sarkozy all’Interno, sospese gli accordi. Nessun «caso». Beppe Pisanu, allora ministro dell’Interno, non fece un plissé, e spiegò che i francesi decidevano nella loro autonoma facoltà. «Se lo fanno, avranno le loro ragioni». Nel 2015 toccò al socialista Hollande, stessa «famiglia» di Sánchez, decretare dall’Eliseo
lo stop a Schengen dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre. Controlli alle frontiere e ne impose di fissi al confine con l’Italia. Renzi, allora a Palazzo Chigi, si fece sentire. Protestò; in un braccio ferro per le quote di ripartizione dei migranti tra Paesi membri (e Hollande non proprio dell’idea di accogliere i «disperati» di Lampedusa). D’altronde nella famiglia socialista ognuno gioca una partita a sé: e Sánchez era già pronto a entrare in campo da titolare all’epoca. Con Hollande cercava un’asse. A Berlino c’era Merkel. Oggi, con un Merz debole, il premier spagnolo scaglia strali su Roma rimproverando a Meloni d’aver fatto ciò che a sinistra hanno fatto sovente, patendo il fatto che oggi guida la destra l’iniziativa Ue provando a contrastare l’uso politico dei flussi. Martedì la videocall dei ministri dell’Interno europei, come chiesto da 22 Paesi Ue. Italia e Danimarca capofila.
