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Politica estera

Macron in tv: “Rabbia e vergogna”. Trump: “Ora chiudete le frontiere”

Quasi 2400 fermi e mille agenti feriti. Nuovi scontri ieri. Il presidente: “Chi ha distrutto deve pagare”. Donald dagli Usa: “Paese un tempo grande, distrutto da persone che hanno l’odio nel cuore”

Trash burns during clashes between protestors and police officers during a demonstration against rising living costs, joining students' grievances, in Paris, Sunday, Oct. 18, 2026. (AP Photo/Emma Da Silva)

«Capisco gli studenti, ma chi ha distrutto deve pagare». È domenica sera quando Emmanuel Macron, nel suo discorso alla nazione, prende a prestito il ragionamento fatto due giorni da fa Giorgia Meloni per fare un bilancio delle proteste universitarie che hanno messo a ferro e fuoco la Francia, con la tragica appendice rappresentata dal crollo della torre del Municipio a Limoges. Si mostra fermo e indignato il presidente francese e usa un tono a tratti gelido per spiegare il suo pensiero e rivolgere un appello a tutte le forze politiche.

Punto primo: coloro che affermano che la cosa urgente da fare è scendere in piazza hanno un solo obiettivo, dirottare il dibattito. Punto secondo: chi ha saccheggiato deve risarcire. Punto terzo: gli estremisti di estrema sinistra vanno condannati, mentre polizia e commercianti vanno sostenuti per i danni subiti. E già, i cocci da raccogliere sono numerosi.

In tutto per le rivolte del 17 ottobre sono rimasti feriti più di mille agenti di cui 7 in modo grave. Inoltre sono stati effettuati 2.397 arresti. Alle manifestazioni hanno partecipato complessivamente 550.000 persone, di cui 110.000 a Parigi.

Ma mentre da un lato la conta dei danni continua, dall’altro i sindacati non fanno mea culpa ma invocano l’ennesimo tavolo: lo ha fatto la Confederazione francese democratica del lavoro, che ha chiesto al primo ministro Sébastien Lecornu di incontrare «al più presto i rappresentanti delle organizzazioni scolastiche, studentesche, sindacali e dei datori di lavoro» per rispondere alle richieste «troppo spesso ignorate», condannando «ogni forma di violenza» e auspicando la calma dopo le manifestazioni. «Non è il momento di denunciare i responsabili della situazione attuale, ma di trovare soluzioni», sostiene il comitato esecutivo. Denuncia che invece Macron pretende.

Anche ieri gli scontri sono proseguiti a Parigi, grazie a una serie di barricate improvvisate con bidoni della spazzatura che sono stati incendiati sul Boulevard Voltaire, nel quartiere della République.

Solo l’intervento di alcuni residenti ha permesso gli spegnerli, dal momento che i vigili del fuoco erano impegnati altrove, precisamente in Rue Léon-Jouhaux dove alcune biciclette state date alle fiamme. È stato usato anche un cannone ad acqua, seguito da una carica della polizia antisommossa in diversi punti della capitale.

Per questa ragione, Macron promette un giro di vite: «Saremo intrasigenti – promette - l’ascolto e il dialogo non significano debolezza. Il Paese ha bisogno di ordine, non di un’escalation». E cerchia in rosso due parole: rabbia e vergogna, per raccontare lo stato d’animo di cittadini e amministratori dopo i disordini. «Perché dare alle fiamme il municipio di Limoges? Come si può arrivare a tanto? Nulla lo spiega, nulla lo giustifica. Proviamo tutti rabbia e vergogna».

Tutto finito? Niente affatto. Chi sembra andare fuori strada è il presidente americano Donald Trump, che accusa l’immigrazione per le rivolte e invita la Francia a chiudere le proprie frontiere. Ieri il presidente americano ha pubblicato su Truth Social un post in cui definisce la Francia come un Paese devastato dall’immigrazione, sollecitando soluzioni estreme: «La Francia sta bruciando. L’immigrazione di persone provenienti da un mondo completamente diverso, persone con l’odio nel cuore, ha distrutto quel paese un tempo grande. Chiudete i vostri confini e riprendete il controllo, prima che sia troppo tardi».

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