Chiusa la cena alla Casa Bianca con un caloroso «ganbei» (il cin cin cinese), un’aquila calva (simbolo degli Stati Uniti) donata da Donald Trump all’ospite d’onore ed elogi reciproci, è volta al termine ieri la tre giorni del leader di Pechino a Washington, dopo un tè mattutino con le first ladies e una visita ai National Archives, dove sono custoditi i «Fondamenti della Libertà»: la Dichiarazione di Indipendenza, la Costituzione e il Bill of Rights. Alla presenza dei big della Silicon Valley, giovedì sera Xi Jinping ha brindato «alla prosperità e al progresso di Cina e Usa» e invitato i due Paesi a collaborare per «scrivere insieme un nuovo capitolo delle nostre relazioni amichevoli». Ma al banchetto, fra i 134 invitati tra cui Musk e Zuckerberg, Bezos e il taiwanese Huang di Nvidia, i membri della delegazione cinese erano appena 19. Colpa delle sanzioni statunitensi, di una tardiva definizione dei protocolli ma anche degli intenti di Pechino, che ha preferito puntare sugli aspetti politici e istituzionali della visita e, a differenza di Washington, detiene un potere assoluto anche sull’economia.
Per i dettagli sugli accordi «in diverse aree commerciali» raggiunti tra gli Usa e il Dragone servirà aspettare lunedì, come ha annunciato il rappresentante americano per il commercio, Jamieson Greer, che ha sottolineato i «progressi» ottenuti. Il riferimento è all’intesa raggiunta su prodotti agricoli, dispositivi medici statunitensi e beni di consumo cinesi considerati non sensibili. Dai negoziati restano fuori le principali controversie: dazi, forniture di terre rare (di cui la Cina mantiene il predominio) e accesso ai chip Usa di ultima generazione per l’AI, temi rinviati a un’ulteriore tornata, anche se sull’intelligenza artificiale gli Usa hanno proposto un meccanismo con cui i due Paesi si avviserebbero a vicenda in caso di incidenti con implicazioni per la sicurezza nazionale.
Competizione in una cornice di stabilità strategica. È questo, in sintesi, il quadro entro il quale i due leader intendono muoversi in futuro, il bilancio di una visita che, ça va sans dire, i media di stato cinesi ritengono un passo importante verso una relazione «sana e sostenibile», che sia più una «corsa» che un «combattimento». Più critiche, invece, come da copione democratico, le reazioni interne negli Stati Uniti. Con diversi esponenti repubblicani contrari al tappeto rosso steso da Trump al dittatore cinese più potente dall’epoca di Mao. Per la senatrice Lisa Murkoski sarebbe stato appropriato rivolgere al leader di Pechino domande scomode, chiarimenti sull’aiuto militare all’Iran, dopo le notizie secondo cui la Cina ha effettuato circa 1.300 spedizioni aeree di componenti per missili e droni verso Teheran. Ai rimproveri ha replicato l’ambasciatore statunitense in Cina, David Perdue, spiegando che «abbiamo chiarito con Pechino già settimane fa che qualsiasi tipo di aiuto all’Iran sia esso diretto o indiretto, sotto forma di intelligence, componenti o equipaggiamento militare sarebbe stato assolutamente inaccettabile», ha affermato il diplomatico, aggiungendo che «il presidente Trump lo ha ribadito con estrema chiarezza» anche giovedì, nel bilaterale con Xi.
Su Taiwan, invece, il timore è che Trump possa rinunciare al pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari destinato all’isola, dopo che il presidente americano ne sta ritardando il via libera, definendolo un «ottimo strumento di negoziazione» con Pechino. Xi ha ribadito che quella vendita rappresenta una linea rossa e ha inasprito la sua retorica contro l’indipendenza dello Stato, che si autogoverna, ma è considerato dal regime di Pechino una sua provincia ribelle da riunificare. Il timore è che il tycoon possa cedere su questo punto in cambio di accordi sul commercio.
Il sipario cala a Washington tra i due leader ma è pronto a rialzarsi presto. Xi Jinping ha concluso la visita annunciando che prevede di incontrare Trump altre due volte entro fine anno, al vertice Apec di Shenzhen a novembre e al G20 di dicembre in Florida. E vedremo se l’amicizia di queste ore è solo una tregua di comodo.
