La Corea del Nord non si affida soltanto ai suoi sempre più potenti missili balistici e al suo programma nucleare. Oltre il 38esimo parallelo c’è un altro fronte militare che continua a suscitare preoccupazione tra gli esperti di sicurezza: quello delle armi chimiche. Da anni, infatti, i servizi di intelligence occidentali ritengono che Pyongyang disponga di capacità avanzate in questo settore. Le ultime analisi suggeriscono che il Paese guidato da Kim Jong Un continuerebbe a investire risorse nello sviluppo e nel mantenimento di un arsenale molto particolare. Le armi chimiche rappresenterebbero per il governo nordcoreano uno strumento complementare alla deterrenza nucleare, potenzialmente utilizzabile sia sul campo di battaglia sia come mezzo di pressione psicologica contro gli avversari.
L’allarme sulle armi chimiche di Kim
A rilanciare il dibattito è un nuovo studio pubblicato dal centro di analisi 38 North nell'ambito del Project Anthracite, coordinato dal think tank britannico Royal United Services Institute. I ricercatori hanno esaminato oltre 30 mila brevetti, pubblicazioni scientifiche e dati open source per ricostruire le potenziali capacità industriali della Corea del Nord nel settore chimico.
Lo studio non sostiene di aver trovato prove definitive della produzione attuale di armi chimiche, ma individua una serie di indicatori che, considerati nel loro insieme, delineano un'infrastruttura compatibile con la realizzazione di agenti tossici militari.
Secondo gli autori, università, impianti industriali e istituti di ricerca nordcoreani avrebbero accesso alle tecnologie e alle materie prime necessarie per produrre sostanze come iprite, sarin e altri agenti nervini. Le conclusioni dello studio si inseriscono in un quadro già noto agli osservatori internazionali. Nel 2017, non a caso, Pyongyang fu accusata di aver utilizzato l'agente nervino VX nell'assassinio di Kim Jong Nam, fratello di Kim Jong Un, ucciso all'aeroporto di Kuala Lumpur. Per molti analisti quell'episodio rappresentò la dimostrazione concreta di come il governo nordcoreano non solo possedesse tali sostanze, ma che fosse anche disposto a impiegarle.
Il jolly di Kim
Secondo diverse stime internazionali, la Corea del Nord potrebbe disporre di scorte comprese tra 2.500 e 5.000 tonnellate di agenti chimici. Sebbene sia difficile verificare questi numeri, numerosi specialisti ritengono che il programma sia rimasto attivo anche dopo il consolidamento dell'arsenale nucleare del Paese.
In passato le armi chimiche erano considerate una sorta di "bomba atomica dei poveri", una capacità deterrente meno costosa rispetto alle testate nucleari. Oggi, però, potrebbero avere una funzione diversa. In caso di conflitto nella penisola coreana, potrebbero essere utilizzate per rallentare l'avanzata delle forze sudcoreane o americane, colpire infrastrutture strategiche o creare caos nelle retrovie.
A differenza delle armi nucleari, il cui utilizzo provocherebbe quasi certamente una risposta devastante, gli agenti chimici potrebbero essere inoltre considerati da Pyongyang uno strumento intermedio per tentare di modificare l'andamento di una guerra.
Per questo motivo il programma chimico nordcoreano continua a essere osservato con crescente attenzione dagli analisti, che lo considerano uno degli elementi più opachi e potenzialmente pericolosi dell'apparato militare di Kim.