Un altro architrave della alleanze e dell’ordine mondiale costruiti dagli Stati Uniti negli ultimi 70-80 anni scricchiola sotto il peso della nuova diplomazia trumpiana. Oggetto dell’«insoddisfazione» del presidente Usa stavolta è la Corea del Sud, alleato chiave di Washington nell’Indo-Pacifico, a sua volta regione cruciale nella attuale Strategia di sicurezza nazionale americana. Domenica, a poche ore dall’inizio delle annuali manovre militari congiunte, denominate «Ulchi Freedom Shield», Trump in un post su Truth ha fatto sapere che, sebbene sia «ormai troppo tardi per annullarle», di avere dato istruzioni al segretario alla Difesa Pete Hegseth «di ridurre drasticamente le esercitazioni militari congiunte!». Varie le motivazioni. Nell’ordine: «L’ottimo rapporto che intrattengo con Kim Jong Un, leader della Corea del Nord»; le esercitazioni sono «costose» e «trasmettono un segnale del tutto inappropriato e ostile» a un Paese, la Corea del Nord, che «si è mostrato rispettoso e non ha rappresentato alcuna minaccia»; infine, il rifiuto di Seul di «unirsi a noi nell’opera
di denuclearizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran». Quest’ultimo motivo, in linea con il fastidio mostrato nei confronti degli alleati della Nato per il mancato aiuto militare contro l’Iran.
Poco prima, sempre Trump aveva pubblicato una foto del 2019 che lo ritraeva al fianco del dittatore di Pyongyang al confine tra le due Coree: «Io e Kim Jong Un andiamo d’accordissimo!», la didascalia. L’iniziativa del presidente ha colto di sorpresa i vertici militari Usa e sudcoreani, impegnati nei prossimi giorni a testare le proprie capacità di reazione alle nuova operatività acquisita dai nordcoreani, in particolare con i droni, con le esperienze maturate sul fronte ucraino a fianco della Russia. Senza contare che negli ultimi tempi, la Corea del Nord non solo ha ampliato il proprio arsenale nucleare, ma ha anche minacciato ripetutamente di utilizzarlo contro la Corea del Sud, definendo il vicino un «nemico estremamente ostile».
Difficile rubricare l’iniziativa di Trump semplicemente alla luce dell’attuale stato delle relazioni tra Washington e Seul, complicate dai pesanti dazi Usa alle importazioni sudcoreane e dalle aperture
all’Arabia Saudita per l’arricchimento di combustibile nucleare sul proprio territorio, una possibilità che la Corea del Sud chiede da anni. Tra i possibili motivi, la volontà di Trump, impantanato nell’avventura militare in Iran e poco interessato ad intervenire nel conflitto in Ucraina, di rilanciare la propria «diplomazia personale» perseguendo un vertice con Kim Jong Un, uno degli highlight della sua prima Presidenza. Anche se, il dittatore di Pyongyang ha ribadito che la questione della denuclearizzazione è fuori discussione. Possibile anche un tentativo di distensione nei confronti di Pechino, grande sponsor della Corea del Nord, in vista del summit di settembre a Washington con Xi Jinping. Di nuovo, riemergerebbe l’idea trumpiana di un mondo diviso con Cina e Russia per rispettive aree di influenza, con gli Stati Uniti sempre più concentrati nel loro Emisfero Occidentale.
