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Politica estera

“Ormai non è solo un voto di protesta. L’Ue li ha aiutati a trovare spazio”

Il sociologo Andrea Grippo, esperto del movimento sociale di estrema destra in Germania: “Hanno puntato sulla dimensione culturale”

epaselect epa13216513 The far-right Alternative for Germany (AfD) party's lead candidate in Saxony-Anhalt, Ulrich Siegmund, leaves on a small Simson Schwalbe motorcycle after casting his vote at a polling station in Tangermuende, Germany, 06 September 2026. Voters in Saxony-Anhalt are casting ballots to elect a new state parliament. EPA/CLEMENS BILAN

Andrea Grippo è autore di «Noi, loro, gli altri», un’analisi del movimento sociale di estrema destra in Germania, oltre che docente di Sociologia all’Università Guglielmo Marconi di Roma. Definisce il voto di domenica in Sassonia-Anhalt «estremamente importante».

Perché pesa l’exploit dell’estrema destra AfD in Germania?

«Perché rende difficile continuare a interpretare il voto per l’AfD come un fenomeno marginale, un voto di protesta»

Come spiega allora questo successo?

«Uno degli errori più grandi che si fa quando si analizzano questi fenomeni è guardare ai partiti e ai risultati elettorali. Ma l’AfD vince perché negli ultimi anni si sono attivati una serie di attori non direttamente legati alla dimensione politica».

A cosa e a chi si riferisce?

«AfD è una delle espressioni di un movimento sociale più ampio, composto da organizzazioni giovanili, movimenti di protesta, ma anche designer, producer, media alternativi e creatori di videogames, anche se non apertamente di estrema destra. La sua azione è avvenuta attraverso terreni pre-politici, compresa la musica, la moda, che hanno avuto un forte impatto sull’interpretazione della realtà, riuscendo a orientarla. L’estrema destra ha dato maggiore attenzione alla dimensione culturale, facendo su questo fronte più di chiunque altro».

In che modo ha puntato sulla dimensione culturale?

«Intanto offrendo una semplificazione della realtà: soluzioni semplici a problemi complessi. Ma a pesare è stato soprattutto il cultural turn, la svolta culturale, la trasformazione della proposta politica, in modo da rendere normale, autentica e di buon senso la visione del mondo dell’estrema destra, un’estrema destra che ha trasformato un’esperienza di marginalizzazione in una lettura del mondo».

Lei sottolinea il concetto di «esclusione dell’alterità» nel discorso dell’AfD. Vuole spiegarcelo?

«È alla base della loro proposta politica. È l’idea di un’identità, che a volte è tedesca, a volte è europea, e che esclude ciò che è altro, diverso, estraneo. Non solo in termini etnici, in riferimento a immigrati e rifugiati, ma anche riguardo ad altre questioni, come quelle di genere. Con le campagne antifemministe, per esempio, hanno promosso la loro visione ultraconservatrice e tradizionalista della società. Guardano al passato, lo mitizzano e utilizzano il mito per orientare il presente e il futuro. Se non adotti la loro prospettiva, soprattutto sociale e culturale, devi essere escluso dal sistema, anche se sei tedesco».

Quali condizioni si sono create perché l’estrema destra viva la stagione più rigogliosa dagli anni Trenta?

«Sarei cauto con le comparazioni storiche, le condizioni e la proposta politica sono molto diverse. Non cadrei nella facile etichettatura dell’estrema destra fascista. Se ogni fascista è di estrema destra, non tutti gli attori di estrema destra sono fascisti».

La Sassonia Anhalt è il Land più povero e con la popolazione più anziana di Germania. Si spiega anche così il successo dell’AfD?

«Non vale più il discorso secondo cui l’Est vota AfD perché povero. I risultati nelle regioni occidentali, in Vestfalia per esempio, dimostrano che l’AfD non è un prodotto del post-comunismo ma delle contraddizioni di oggi e della crisi del capitalismo cominciata nel 2008. Sono stati capaci di politicizzare quel disagio prima di altri, modificare la proposta, radicalizzarsi sempre più eppure aumentare i consensi. Come dimostra l’alta affluenza, sono riusciti a riattivare parte dell’elettorato che aveva deciso di tenersi lontano dalle urne».

Cosa dobbiamo temere allora dei movimenti di estrema destra?

«L’idea a cui aspirano di un popolo omogeneo, della riduzione delle possibilità di ognuno di esprimersi, in sostanza della pluralità».

Quanto può reggere questi urti l’Europa?

«Il paradosso è che è stata proprio la compagine europea a fornire per la prima volta all’estrema destra lo spazio per costruire un fronte comune. Fino ad allora l’estrema destra non era riuscita a costruire un coordinamento transnazionale o sovranazionale. L’Unione europea ha offerto invece un terreno in cui edificare questa collaborazione. Alla fine l’Ue è stata contemporaneamente avversario e luogo di opportunità per l’estrema destra europea».

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