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“Siamo soli”: ecco perché il Libano rischia di sprofondare in una nuova guerra civile

Il conflitto in Iran sembra ruotare attorno al dossier nucleare e al blocco dello Stretto di Hormuz. Ma una chiave per comprenderlo passa anche dal Paese dei cedri

“Siamo soli”: ecco perché il Libano rischia di sprofondare in una nuova guerra civile

Alla fine il nodo libanese è venuto al pettine. Il fronte dimenticato del conflitto, avviato il 28 febbraio dagli attacchi israelo-americani contro l’Iran, è tornato di prepotenza d’attualità dopo che domenica scorsa le forze di Tsahal hanno spostato l’obiettivo delle loro operazioni militari dall’area meridionale del Paese dei cedri a Dahiyeh, il quartiere della capitale del Libano considerata la roccaforte di Hezbollah, il gruppo sciita alleato del regime degli ayatollah. La mossa di Tel Aviv ha provocato la reazione iraniana e un crescendo di raid e ritorsioni, sfociate, poco prima di nuovi devastanti raid americani contro la Repubblica Islamica, nell’annuncio di un accordo tra gli storici nemici. Ma che posto trova il Libano nei negoziati e nell’intesa che potrebbe essere firmata già nelle prossime ore a Ginevra?

Per provare a dare una risposta occorre fare un passo indietro. Ad aprile, quando è scattato il fragile cessate il fuoco in vigore sulla carta sino ad oggi, gli israeliani hanno chiarito che non si applicava al Libano. E infatti lo Stato ebraico aveva continuato a lanciare attacchi contro obiettivi situati in territorio libanese. Da Teheran si era però subito fatto sapere che il Libano doveva essere parte integrante dell’accordo. Il limbo che ne era conseguito si era trascinato sino al recente superamento da parte di Israele della “linea rossa” (i già menzionati raid contro Beirut) con le autorità del regime teocratico che avevano colto l’occasione, a suon di missili, per ricordare come ogni soluzione del conflitto passa non solo dal dossier nucleare o dalla risoluzione dell’impasse nello Stretto di Hormuz ma anche dal Libano.

Nuovo accordo si diceva. Non sono molti i dettagli del memorandum d’intesa, mediato da Pakistan e Qatar e annunciato nella notte tra giovedì e venerdì, ma, dalle indiscrezioni trapelate, si apprende che il previsto cessate il fuoco di 60 giorni riguarderà, senza ambiguità, anche il Libano. Tel Aviv, che occupa già una parte del Libano meridionale, avrebbe accolto con un certo scetticismo la notizia dell’accordo supportato da Donald Trump. Il timore delle autorità dello Stato ebraico, riferisce Axios, è che l’amministrazione americana possa limitare la loro libertà d’azione contro Hezbollah e pretendere di essere consultata prima di ogni attacco. Un alto funzionario statunitense ha provato a rassicurare l’alleato affermando che se l’organizzazione sciita dovesse lanciare razzi contro Israele e se l’Iran dovesse continuare ad armare i miliziani libanesi, ciò rappresenterebbe una violazione dell’accordo. Da ciò ne discenderebbe che quanto accadrà a Beirut avrà la stessa importanza di quanto accadrà a Teheran.

Sta di fatto che anche ieri i caccia dello Stato ebraico hanno continuato a colpire in Libano (300 i raid israeliani compiuti nell’ultima settimana) mentre Hezbollah ha proseguito ad attaccare l’Idf e a lanciare razzi contro il nord di Israele. Secondo gli esperti, Washington, pur appoggiando l’estensione del cessate il fuoco al Paese dei cedri, lascerebbe comunque a Tel Aviv la possibilità di realizzare gli attacchi che ritiene necessari, in base ad un’ampia interpretazione della legittima difesa. Una prova di ciò la si è già avuta con la tregua tra Israele e il governo libanese mediata dagli Usa e annunciata ad inizio giugno. Un accordo non sottoscritto da Hezbollah, che sfugge al controllo delle autorità centrali al punto da essere definito uno Stato nello Stato.

Proprio il cessate il fuoco firmato da Beirut pone il governo di fronte ad una sfida quasi impossibile: riprendere il controllo del territorio e disarmare e smantellare l’organizzazione filo iraniana. “Sappiamo come inizierebbe un tentativo di disarmare Hezbollah ma non sappiamo come finirebbe”, dichiara al Wall Street Journal Khalil Helou, ex generale dell’esercito del Libano. Difficile insomma che il partito di Dio, che sta attuando nuove tattiche contro Israele, possa seguire gli ordini del governo di Beirut. Un esempio fra tutti. Quando ad inizio marzo le autorità nazionali hanno annunciato al gruppo il divieto delle attività militari, l’organizzazione sciita ha ignorato quanto prescritto e ha cominciato ad attaccare Israele, manifestando così il sostegno al regime dei pasdaran.

E adesso, in un contesto ad alta fluidità, il Paese dei cedri rischia di ripiombare nel caos degli anni più bui della guerra civile che, tra il 1975 e il 1990, devastò una nazione considerata all’epoca la Svizzera del Medio Oriente. Dall’inizio dell’operazione Epic Fury, l’invasione israeliana del Libano meridionale e i raid aerei hanno infatti costretto oltre un milione di persone ad abbandonare le loro case e molti di loro vivono attualmente nelle tende della capitale. I musulmani sfollati di fede sciita vengono emarginati dal resto della popolazione per timore che possano attirare i raid di Tel Aviv nei quartieri e nelle città abitate da cristiani, drusi e musulmani sunniti.

Il governo libanese ha poche carte da giocare per mantenere l’ordine. Esso non può contare su ampie risorse finanziarie e persino le sue forze armate sono deboli e i militari malpagati. Secondo il dipartimento del Tesoro Usa, Hezbollah sarebbe riuscita ad infiltrarsi persino nelle organizzazioni di sicurezza del Libano. Oltretutto, i soldati libanesi non vogliono essere percepiti come complici di Israele e molti non hanno voglia di mettersi contro i propri connazionali, anche se esponenti del partito di Dio. Washington, consapevole delle difficoltà, avrebbe in cantiere l’istituzione di un sistema che permetterebbe ad unità militari libanesi di ricevere addestramento ed equipaggiamento necessari per dare la caccia ad Hezbollah, in modo che tale compito non sia più svolto dall’Idf.

E se il Libano si trova al centro di un’intricata tela di trattative e trame geopolitiche, alla gente del posto non resta che chiedersi “dov’è lo Stato?”.

Un interrogativo affidato al Wall Street Journal da Ali al-Dayekh, il quale nel conflitto ha perso la casa e il panificio in cui lavorava, che aggiunge subito una risposta alla sua domanda. Tanto chiara quanto disarmante. “Siamo soli”, dice Ali. La guerra in Libano è forse tutta qui.

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