L’amministrazione Trump non si oppone a un’iniziativa guidata dal Regno Unito per imporre nuove sanzioni agli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata.
La decisione sarebbe maturata mentre cresce a Washington la frustrazione per la politica del governo Netanyahu nei territori occupati. È un passaggio politicamente significativo: non equivale a un’adesione americana alle sanzioni, ma indica che l’amministrazione Trump ha deciso di non utilizzare il proprio peso diplomatico per fermare l’iniziativa britannica.
A ricostruire il retroscena è Axios, secondo cui il Primo Ministro britannico Andy Burnham avrebbe informato il Presidente Trump prima dell’annuncio delle sanzioni. Due fonti a conoscenza della conversazione sostengono che Trump non ha insistito né ha chiesto a Burnham di cambiare idea.
Il segretario di Stato Marco Rubio, inoltre, non avrebbe attaccato Londra per la decisione, mentre l’amministrazione avrebbe preso le distanze dalle critiche espresse dall’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee. Huckabee ha affermato che la decisione del governo britannico equivale a “discriminazione nei confronti del popolo ebraico”. “Si tratta di un’azione irrazionale... se il Regno Unito è davvero interessato ad affrontare i problemi che ritiene ingiusti, dove sono le sanzioni contro la Corea del Nord, la Cina e la Russia?”, ha affermato.
Il punto centrale dello scontro è l’espansione degli insediamenti. Il progetto E1, nell’area a est di Gerusalemme, è particolarmente sensibile perché insiste su un corridoio territoriale fondamentale per la continuità di un eventuale Stato palestinese. Israele ha annunciato anche piani per circa 1.000 nuove abitazioni negli insediamenti. Per Londra e Parigi, l’espansione degli insediamenti e l’aumento della violenza dei coloni stanno mettendo sempre più a rischio la possibilità concreta di una soluzione a due Stati.
Il significato politico delle sanzioni è superiore al loro peso economico. I prodotti provenienti dagli insediamenti rappresentano infatti una quota molto ridotta delle esportazioni israeliane: si tratta soprattutto di prodotti agricoli come datteri, agrumi, erbe aromatiche e vino. Il divieto avrebbe quindi un impatto commerciale limitato, ma un valore diplomatico molto più forte. L’iniziativa britannica è stata sostenuta da altri undici Paesi occidentali, tra cui Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia.
La risposta israeliana è stata immediata e particolarmente dura. Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, struttura che svolge un ruolo importante nei rapporti britannici con l’Autorità palestinese. Israele ha inoltre deciso di escludere rappresentanti britannici dalla missione di coordinamento per Gaza guidata dagli Stati Uniti e di adottare restrizioni nei confronti di alcuni cittadini britannici.
Israele ha dato al consolato 30 giorni per chiudere e ha comunicato che i diplomatici perderanno il loro accreditamento. I rappresentanti britannici coinvolti nella missione americana per il coordinamento su Gaza e quelli presenti a Ramallah dovranno invece lasciare i rispettivi incarichi entro sette giorni. Saar ha accusato Londra di interferire negli affari interni israeliani, collegando la decisione britannica anche alle imminenti elezioni israeliane.
