Il Partito Repubblicano ha un leader. Il Partito Democratico no, e non per un accidente della cronaca politica, ma per una ragione strutturale. La guida politica di un partito tende a coincidere con chi occupa la Casa Bianca o con chi ne è il candidato designato per la successiva corsa presidenziale. Ai Repubblicani questo consegna oggi Donald Trump, incontrastato. Ai Democratici, fuori dal potere esecutivo e senza ancora un nome per il 2028, non consegna nessuno: lo speaker della Camera e il capogruppo al Senato sono cariche parlamentari, non incarichi di partito, per quanto la cronaca tenda a confonderli con una leadership che non hanno. E lo stesso vuoto si registra sul piano mediatico: nessuno dei possibili candidati per il 2028, da Newsom a Ossoff, da Harris a Ocasio-Cortez, ha finora accumulato un consenso sufficiente a ipotecare la corsa e imporsi, di fatto, come guida del partito prima ancora delle primarie.
La differenza produce conseguenze elettorali opposte. A Dallas, i Repubblicani nazionalizzano l’intera campagna di midterm attorno a una sola figura: la convention è nata esplicitamente per convincere l’elettorato trumpiano che, anche senza il suo nome sulla scheda, è comunque lui a giocarsi la partita del 3 novembre. È una strategia resa possibile proprio dall’esistenza di un leader assoluto. I Democratici non hanno questa opzione, e la sostituiscono con l’opposto: una campagna parcellizzata in centinaia di sfide locali, condotte su temi e candidati diversi in ogni collegio, senza alcun tentativo di costruire un fronte unico contro Trump. Non è una scelta tattica, è quello che resta.
Sotto la superficie, la stessa assenza di leadership produce tensioni interne difficili da comporre: Hakeem Jeffries alla Camera affronta il malcontento di una parte crescente dei deputati più a sinistra, che lo accusano di non voler riconoscere quanto il terreno politico si sia spostato sotto i suoi piedi; Chuck Schumer al
Senato resta sotto pressione dopo aver ceduto nell’ultimo braccio di ferro sullo shutdown. Le due strategie comportano rischi speculari. Nazionalizzare la campagna attorno a un uomo solo, come fa Trump, espone l’intero partito ai suoi calcoli di fedeltà politica, il caso Paxton in Texas resta l’esempio più chiaro. Parcellizzare la sfida, come sono costretti a fare i democratici, ne crea uno non meno serio: un partito che dovesse vincere centinaia di battaglie locali indipendenti, senza nessuno che possa intestarsi il risultato complessivo, arriverebbe al governo senza un mandato unico e senza che sia chiaro chi, tra i suoi molti volti, dovrebbe tradurlo in azione di governo. Dallas ha mostrato un partito che rischia di perdere per eccesso di un uomo solo. L’assenza speculare di una guida nel campo democratico mostra un partito che rischia di non sapere cosa fare della propria vittoria.
