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Due vittorie e uno sconfitto

Trump pretendeva una fan. Si è ritrovato davanti un capo di governo

Due vittorie e uno sconfitto

Trump ha perso due guerre questa settimana. Una grande e una piccola. E la piccola dice tutto sulla misura vera di un uomo.

La grande ha una storia precisa, che vale la pena raccontare. Per mesi lui e Netanyahu hanno promesso al popolo persiano che, se si fosse ribellato al suo clero e ai maledetti Guardiani della rivoluzione, loro avrebbero abbattuto il regime. Una promessa solenne, ripetuta, amplificata. Quarantaduemila iraniani ci hanno creduto e sono morti per questo. L'aiuto si è risolto in un disastro. Gli ayatollah hanno trattato da Ginevra come capi di Stato con il pallino in mano, riceveranno un risarcimento di trecento miliardi, e l'uranio arricchito li ha appunto arricchiti. Il regime è ancora in piedi. Adesso Trump nega persino di aver mai pensato di farlo saltare; in realtà è già tanto che non sia saltato lui, per errori strategici degni di Cadorna a Caporetto. Ha firmato un memorandum da cacasotto, lo Stretto di Hormuz resta semideserto, meno di venti navi al giorno dove prima ne passavano centoventi, e gli analisti israeliani sono disperati all'idea di ritrovarsi davanti un nemico più forte di prima.

Donald non è scemo. Sa di aver perso punti nel campionato mondiale delle superpotenze, con la Cina che se la ride, e così, per ripicca, ha scelto di picchiare Giorgia Meloni a freddo, come fosse la ragazza del clan. Il vero capo d'imputazione è che la presidente del Consiglio non ha mandato le navi italiane a tappare i buchi della sua guerra, e lui non gliela perdona. Così, in una telefonata con La7, facendo la parte dell'anti-Meloni come da copione della televisione di Cairo, le ha rifatto la faccia davanti a mezzo mondo, e poi ha rincarato la dose con la Nbc. Le parole di Trump sono note, non vale la pena ripeterle. Vale invece la pena tradurre quelle di Meloni, perché la stampa si è fermata alla superficie.

Quando la presidente del Consiglio ha detto che le dichiarazioni di Trump sono «totalmente inventate» e che ne è francamente

«allibita», gli ha dato semplicemente del bugiardo. Quando ha aggiunto che le dispiace vederlo privo della stessa determinazione con i nemici dell'Occidente, verso i quali è condiscendente, mentre al contrario attacca gli alleati, gli ha dato del fifone e persino del traditore: non al granduca di Burgundia, ma al presidente degli Stati Uniti d'America. Infine, chiudendo con un «io e l'Italia non imploriamo mai», lo ha educatamente trattato da mitomane. Tre colpi netti, senza una parola di troppo. Golda Meir si sarebbe riconosciuta in quella risposta. La Thatcher anche. Montanelli avrebbe detto: giù il cappello.

Il manuale del damerino con la feluca avrebbe consigliato, in nome della Realpolitik, di abbozzare, imponendo una «telefonata chiarificatrice» a Mar-a-Lago, conclusa con il solito comunicato gonfio di «ferma e profonda amicizia tra i nostri popoli, oltre che personale». Qualche volta Parigi non vale una messa.

Ma io voglio parlarvi di una vittoria di Giorgia meno spettacolare e più durevole. La presidente del Consiglio, nella settimana appena trascorsa, non si è infatti limitata a stropicciare la chioma arancione di un bullo. Quasi in silenzio, ha stravinto una battaglia che a noi italiani interessa molto di più: quella sui migranti. E l'ha vinta dove oggi si incide davvero sui patrii destini, cioè a Bruxelles, dove si è finalmente aperta una breccia nel riconoscimento del diritto di una nazione a difendersi dall'invasione.

Bisogna spiegarlo bene, perché vale la pena capirlo fino in fondo. I rimpatri in Italia erano fermi non perché mancasse una legge italiana, che esisteva eccome, ma perché il diritto europeo la rendeva di fatto inapplicabile. I giudici italiani, privilegiando i trattati europei e gli standard della Corte di Strasburgo, disapplicavano a man salva la norma interna. Bastava aggrapparsi alla nozione europea di «Paese terzo sicuro», Albania inclusa, e il gioco era fatto. La legge voluta dal popolo sovrano restava sulla carta, paralizzata ordinanza dopo ordinanza, finché moriva di sfinimento. Molti, al posto di Meloni, avrebbero continuato a sbattere la testa contro i giudici politicizzati, tra ricorsi, lamenti e conferenze stampa. Lei no. Ha capito dove abita davvero il potere legislativo in un sistema a più piani, ed è andata a combattere lì, a Bruxelles. Ha detto agli europei una cosa di una semplicità disarmante: il vostro diritto impedisce ai miei giudici di applicare la mia legge, dunque cambiatelo. Il Parlamento europeo l'ha cambiato.

Il nuovo regolamento compie un capolavoro tecnico che vale più di mille comizi. Trasforma ciò che ieri veniva trattato come una violazione del diritto europeo in una soluzione pienamente conforme al diritto europeo. Armonizza la nozione di Paese terzo sicuro, legittima gli hub esterni, comprime la valanga di garanzie processuali automatiche che ingolfavano ogni pratica. Tradotto per chi non mastica codici: da domani il giudice italiano che esaminerà un trasferimento in Albania non potrà più dire che lo vieta l'Europa, per la ragione elementare che adesso l'Europa lo considera legittimo. La disapplicazione, che era l'arma con cui la legge veniva disinnescata pezzo dopo pezzo, non ha più un centimetro di terreno sotto i piedi.

Da Washington arrivano i capricci, la foto, la bambolina, la ripicca contro una donna che non si è inginocchiata. È la musica di chi alza la voce per non dover fare nulla. La realtà, quella che lavora sul serio, non ha bisogno di urlare.

Va a Bruxelles, riscrive una norma, riporta a casa chi deve tornare e, davanti al padrone americano, tiene semplicemente la schiena dritta. Trump pretendeva una fan. Si è ritrovato davanti un capo di governo. La Realpolitik si misura sui risultati pratici, non sugli slogan.

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