Il pallone si privatizza. A dieci giorni dalla chiusura del Mondiale più politicizzato della storia (e i precedenti imbarazzanti non mancavano) Gianni Infantino, presidente della Fifa, mette a reddito il calcio aprendo ai capitali privati per monetizzare il successo economico, quello indubbio, della kermesse nordamericana, che lo svizzero ha di fatto condotto in porto a braccetto con Donald Trump. La kermesse ha spinto il fatturato Fifa nel quadriennio 2023-2026 a 13 miliardi di dollari, contro i 7,6 del quadriennio precedente. Bùm.
Secondo quanto rivela il Financial Times - e poi confermato dalla Fifa - Infantino avrebbe incaricato la banca d’affari JPMorgan a collocare sul mercato circa il 20 per cento di una nuova società commerciale, la Ffe (Fifa Forward Enterprise) valutata circa 20 miliardi di dollari, che avrà il compito di attirare investitori esterni per finanziare lo sviluppo del calcio. Malgrado da Zurigo facciano sapere che la Fifa «manterrà l’autorità esclusiva sulla governance del calcio, le competizioni, il calendario delle partite e tutte le decisioni regolamentari e sportive», i dubbi sono molti. La nuova società dovrà essere approvata dalla maggioranza delle federazioni calcistiche, ma difficile immaginare che molte federazioni possano votare contro una proposta che prevede un finanziamento di 20 milioni di dollari immediati a ciascuna federazione, cifra che se per le potenze calcistiche europee non è particolarmente rilevante, per molte federazioni africane o asiatiche, il proletariato del pallone, è tanta roba. E il consenso delle federazioni nazionali è la vera moneta di scambio per Infantino: più soldi (e più posti al mondiale) per federazioni periferiche, più voti nell’assemblea della Fifa, che raccoglie più Stati dell’Onu: 211 contro 193.
L’Uefa, la confederazione europea, avverte che «nessuno di noi è il proprietario del calcio. Non spetta alla Fifa venderlo». Ma l’ultimo mese dimostra che Infantino non guarda in faccia a nessuno pur di alimentare il business e il suo potere: il cedimento alle pressioni di Trump per cancellare la squalifica al centravanti Usa Folarin Balogun, gli hydration break per aumentare gli spazi pubblicitari durante i match, lo show monstre di 27 minuti nell’intervallo di Spagna-Argentina, perfino la candidatura temeraria di Infantino come segretario generale dell’Onu lanciata dallo stesso Trump, sono episodi che dimostrano che il calcio, la più seguita religione laica del mondo, è ormai un potente strumento geopolitico. Era così anche mezzo secolo fa, ma ora il tintinnio della cassa ce lo ricorda più spesso.
