Pechino guarda a Taiwan e “sono convinto che se la Cina intraprenderà un’azione militare in quel Paese farà pressione sul suo partner minore, la Russia, affinché ci tenga impegnati qui in Europa”. È questo l’incubo della Nato, e non solo, messo nero su bianco dal suo Segretario generale Mark Rutte in un’intervista rilasciata a dicembre dell’anno scorso. Appena pochi mesi prima era stato il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo della Nato in Europa, a lanciare un avvertimento dal tenore simile sul pericolo di una guerra su due fronti contro la Federazione russa e la Repubblica popolare cinese.
A giudicare dalle dichiarazioni in questione e dal massimo livello degli esponenti dell’Alleanza atlantica che le hanno pronunciate, ci si aspetterebbe una mobilitazione generale dell’Occidente per prepararsi ad affrontare un conflitto in contemporanea con Mosca e Pechino. Eppure, nel concreto, sembrerebbe essere stato fatto poco per analizzare l’eventualità di un attacco congiunto da parte delle due potenze alleate legate da una partnership senza limiti. “Diciamo solo che questo è lo scenario per cui al momento non siamo preparati”, ha ammesso all’Atlantic Florence Gaub, a capo della divisione di ricerca del Nato Defense College a Roma. “Gli strateghi dell’Alleanza”, ha proseguito Gaub, sono “perfettamente consapevoli” di questa lacuna nella loro pianificazione ma non hanno preso provvedimenti per colmarla.
L’Occidente ha infatti condotto solo poche esercitazioni di basso profilo per analizzare le conseguenze di un attacco da parte di Russia e Cina. La rivista che ha pubblicato un approfondimento sul tema riporta che Mark Montgomery, contrammiraglio in pensione della Marina Usa e frequente partecipante a war games, ha affermato che lui e i suoi colleghi hanno studiato per l’ultima volta l’idea di una guerra su due fronti contro i rivali di Washington circa 15 anni fa. Montgomery ha spiegato che all’epoca “non è andata bene” in quanto le esercitazioni dimostrarono che gli Stati Uniti non possedevano le scorte di armi né la capacità industriale per sostenere un lungo periodo di combattimenti su più fronti e che non potevano contare sugli alleati per colmare le lacune. Da allora, ha proseguito il militare, “ognuno di questi indicatori è peggiorato” nonostante l’aumento delle spese per la difesa approvato dai partner dell’America, sotto la pressione dell’amministrazione Trump.
Se i Paesi del fronte occidentale non hanno fatto grandi progressi, lo stesso non si può dire per i suoi rivali. Pur non avendo ottenuto i risultati prefissati nella guerra in Ucraina, Mosca è riuscita a riconvertire la sua enorme base industriale in un’ottica bellica e a rendere le sue forze esperte nell’impiego dei droni. Quanto al gigante asiatico, che, ricorda l’Atlantic, non combatte da decenni e soffre di corruzione ai vertici, esso ha superato gli Stati Uniti per numero di navi da guerra e missili a lungo raggio.
Il livello di allarme per la Nato vira verso il profondo rosso. Tra la Casa Bianca sempre più impantanata in Medio Oriente e i continui strali di Trump contro gli alleati dell’America, la finestra di opportunità per colpire l’Occidente non è mai stata così allettante. Non stupisce dunque che il Cremlino abbia cominciato a testare la reazione dei partner dell’Alleanza con violazioni del loro spazio aereo da parte di droni, missili e caccia. Anche Rob Bauer, ex presidente del Comitato militare della Nato, concorda sul fatto che Putin potrebbe avere maggiori probabilità di successo nell’indebolire la Nato se dovesse decidere di passare all’azione in concomitanza con un attacco cinese a Taiwan.
Il pericolo è ben chiaro a tutti ma, come accennato, poche sono le simulazioni dello scenario da incubo. In controtendenza, però, ci sarebbe un istituto di ricerca di Praga, lo European Values Center for Security Policy, che starebbe realizzando alcune delle analisi più dettagliate (di dominio pubblico) di una possibile guerra su due fronti in Europa e in Asia. Dai war games condotti da tale istituto emerge la necessità di unità dell’Occidente rispetto alle iniziative dei suoi nemici. Il think tank immagina infatti che in caso di attacco cinese a Taiwan, gli Stati Uniti chiedano all’Europa, senza successo, di imporre severe sanzioni all’economia cinese. Una possibilità che, considerato lo stato delle relazioni tra Washington e i suoi partner, non sembra così remota e che potrebbe facilitare il disegno per un nuovo ordine globale di Putin e Xi Jinping.
