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Politica internazionale

L’apocalisse non ci ha cancellati

Ci pareva di assistere allo sprofondamento di Atlantide, la favola che ci avevano raccontato da bambini, una catastrofe della natura, un incidente mostruoso e casuale. Invece no. Era l’attuazione di un piano di guerra

The Twin Towers of the World Trade Center in flames behind the Empire State Building in New York, September 11, 2001 (AP Photo/Marty Lederhandler)

Scrivo l’11 settembre, e non è una data come le altre: sono passati venticinque anni. Confesso di aver cominciato la giornata con il cuore sospeso. Se Al Qaeda è ancora viva, o se sono vivi i suoi epigoni, che sono peggio perché non hanno neppure bisogno di un capo, questo è il giorno buono per riprovarci. Un vecchio non è superstizioso, è soltanto esperto. Poi le ore sono passate, le torri non sono cadute una seconda volta, e mi sono accorto che aspettavo un’altra cosa. Ho ripreso in mano «La rabbia e l’orgoglio». Non il libro: i fogli. Le pagine del Corriere del 29 settembre 2001, ingiallite, con l’articolo di Oriana Fallaci che conservo da allora come si conserva una lettera.

Perché quel giorno di venticinque anni fa non avevamo capito niente. Io per primo: ero in redazione, e come tutti i giornalisti del mondo quel pomeriggio ho guardato la televisione invece di pensare. Eravamo tramortiti dalle immagini, sempre le stesse: l’aereo che entra nella torre, la torre che si affloscia, la polvere, poi da capo. Ci pareva di assistere allo sprofondamento di Atlantide, la favola che ci avevano raccontato da bambini, una catastrofe della natura, un incidente mostruoso e casuale. Invece no. Era l’attuazione di un piano di guerra. Un piano pensato forse da sempre nel cuore dell’Islam, che è idea di conquista e di sottomissione di chi non ha avuto bisogno del Corano per provare a dare un po’ di felicità agli uomini. Noi quella felicità l’avevamo ereditata dal cristianesimo, e ce n’eravamo dimenticati. Ma il cristianesimo non si era dimenticato di noi: continua a farsi vivo con le sue radici pruriginose, urticanti, che non si lasciano estirpare. Oriana Fallaci era esattamente questo tipo di donna. Atea, un’atea cristiana, diceva lei. Le radici urticanti le erano rimaste addosso e non se le grattava via. Io pure non credo, e le voglio bene anche per questo.

Il suo articolo fu un ciclone che si abbatté sulle nostre coscienze nebbiose e schiarì il panorama, come capita per qualche ora dopo il temporale. Una donna che da anni aveva scelto il silenzio si mise a scrivere invece di piangere. Scrisse di essere «molto, molto, molto arrabbiata», di una «rabbia fredda, lucida, razionale». E quella rabbia ci costrinse a capire che noi, proprio noi, tu che leggi e io che scrivo, con i nostri padri morti e i figli che girano in motorino, eravamo sul palcoscenico del gran teatro del mondo, e che non c’erano soltanto gli americani e i talebani. Una scrittura più potente degli aerei. C’era dentro un furore amoroso, la constatazione che la realtà è esagerata e va difesa, magari pagando. Sul mio giornale di allora lo scrivemmo il giorno dopo: stiamo con l’Occidente, con le sue radici e i suoi casini.

Ed era disperata, Oriana. Non per gli arabi: per gli italiani. Aveva davanti la verità sul nostro popolo, l’assenza di amore per la propria vita, per la propria storia, per il proprio essere; il suono delle campane trattato come un orpello inutile, da spegnere per non disturbare. Riusciamo a essere italiani anche quando abbiamo ragione: cioè divisi in guelfi e ghibellini, pronti a pizzicare l’alleato che ci sta al fianco. Cinque anni dopo, l’11 settembre 2006, in una sala della Camera dei deputati, con regolare nulla osta, si teneva un convegno in cui si negava a Israele persino il diritto di esistere. Quattro giorni dopo Oriana moriva a Firenze. Usano la libertà per strangolarci, aveva scritto. E noi gli regaliamo la corda e pure il sapone. Tra pochi giorni saranno vent’anni dalla sua morte, e non ho letto una riga che valga la metà della sua rabbia.

Poi abbiamo imparato un’altra cosa: che la guerra siamo capaci di ritorcercela contro da soli. Quella di Bush, che pure difesi contro i pacifisti dall’arcobaleno stinto, fu una guerra astratta, combattuta sulle mappe, una cannonata sui nostri stessi piedi. Non ho soluzioni, non le ho mai avute, e diffido di chi le ha. Penso soltanto che occorra rinforzare la memoria, il senso di chi siamo, ripescare qualcosa dal fondo. Non credo che vinceremo, e in fondo non mi interessa neanche: alla mia età si smette di tifare e si comincia a ricordare. Perché quando penso all’11 settembre penso che i disastri nella storia si sono susseguiti come le stagioni, e ogni volta qualcuno ha creduto che fosse l’ultimo. Dopo Auschwitz, dopo i gulag, dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo l’11 settembre, dopo il 7 ottobre israeliano, che è quello che gli somiglia di più. Ogni volta l’ultimo. Ogni volta il penultimo.

Perciò non chiamiamola guerra. La guerra è una parola persino nobile: evoca il clangore delle spade, implica il petto scoperto che affronta l’avversario. Qui il petto scoperto non c’è, ci sono uomini che si fanno saltare in aria in mezzo ai bambini. Chiamiamola per quello che è, questa disperata lotta di sopravvivenza e di cattiveria. E la speranza che a vincere, alla fine, siano le campane: che ne risuoni qualcuna, che qualcuno faccia ancora uno sforzo di azzurro, come il cielo di New York quella mattina, che era di un azzurro insopportabile. Sarò pazzo, ma questo azzurro io lo vedo anche nelle pagine più rabbiose di Oriana Fallaci. Rileggetele, la sua voce mi rimbomba ancora dentro. Non teniamoci stretto l’11 settembre dei morti. Teniamoci stretto il 12, il 13, il 14 settembre: i giorni di Oriana, i giorni dopo, quando invece di contare le macerie qualcuno decise che valeva la pena di essere ancora vivi, e arrabbiati. È la sola riscossa che conosco. Domani è il 12.

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