Il Regno Unito ha nostalgia dell’Unione Europea. Dieci anni dopo il referendum sulla Brexit, a spalancare la porta a un ventaglio di opzioni è stato il primo ministro Andy Burnham, che dal Congresso laburista di Liverpool ha pronunciato parole difficilmente immaginabili a Downing Street soltanto qualche anno fa: “Brexit has done more harm than good”, la Brexit ha fatto più male che bene.
“La Brexit non ci ha dato il controllo”, ha affermato, sostenendo che il Regno Unito non solo ha perso il controllo sull’immigrazione – contrariamente a quanto promesso dai sostenitori della Brexit – ma anche sull’economia.
Il premier ha annunciato una revisione complessiva dei rapporti tra Londra e Bruxelles, con l’obiettivo di presentare al Paese le diverse alternative in occasione del prossimo vertice tra Regno Unito e Unione Europea. Intervistato dalla BBC, ha sintetizzato così lo spettro delle possibilità: mantenere l’assetto attuale, scegliere un’unione doganale, guardare al mercato unico oppure “go all the way”, andare fino in fondo, tornando nell’Unione. Il rientro nell’UE, però, richiederebbe un nuovo referendum e potenzialmente anni di negoziati per la de-Brexit.
La prima strada sarebbe quella meno traumatica: non cambiare sostanzialmente nulla e continuare a gestire i rapporti con Bruxelles attraverso l’attuale architettura post-Brexit. Burnham stesso l’ha riconosciuta come una possibilità, pur avendo chiarito di non considerare soddisfacente la situazione attuale.
La seconda opzione porta invece all’unione doganale con l’Ue. L’idea è stata rilanciata dall’ex cancelliere conservatore George Osborne, che ha sostenuto come un riavvicinamento di questo tipo potrebbe attenuare alcune delle conseguenze economiche della Brexit. Burnham ha citato esplicitamente Osborne tra le proposte che il governo intende prendere in considerazione.
Proprio nei giorni scorsi Bruxelles ha sollecitato Londra ad avvicinarsi maggiormente alla politica commerciale europea, in particolare nel dossier sulle automobili cinesi. Bruxelles avrebbe indicato proprio l’unione doganale come una possibile soluzione ad alcuni degli ostacoli che rischiano di colpire le esportazioni britanniche integrate nelle catene produttive continentali. Entrare in un’unione doganale significherebbe però ridurre parte dell’autonomia commerciale conquistata con la Brexit: Londra dovrebbe infatti riallinearsi in misura sostanziale alla politica tariffaria europea nei settori coperti dall’intesa.
C’è poi una terza via, politicamente ancora più impegnativa: rientrare nel mercato unico europeo. Il problema è che il mercato unico non riguarda soltanto l’abbattimento delle barriere commerciali. Un modello di integrazione attraverso lo Spazio economico europeo comporterebbe un livello molto più profondo di allineamento alle regole comunitarie e, soprattutto, la libera circolazione delle persone. Proprio quest’ultimo punto toccherebbe uno dei nervi più sensibili dell’intero dibattito britannico sulla Brexit.
Il premier ha precisato che ora il governo dovrà verificare ciò che è concretamente realizzabile, e valutare vantaggi e svantaggi delle diverse soluzioni. Allo studio, vi sarebbe anche un modello di “accoglienza” sulla falsa riga della Svizzera: Berna non è membro dell’UE, ma lo scorso anno ha siglato un accordo che consolida il suo “accesso senza ostacoli” al mercato unico, al mercato elettrico dell’UE, ai programmi spaziali, al programma Erasmus e al programma di ricerca Europa digitale, nonché la partecipazione al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. In cambio, la Svizzera ha accettato la libera circolazione delle persone e si è impegnata a versare 375 milioni di euro all’anno nei fondi economici e di coesione dell’UE.
Quest’opzione era stata offerto in passato al Regno Unito, ma l’allora premier Boris Johnson lo aveva respinto perché richiedeva un allineamento normativo e la libera circolazione delle persone.
