L’islamismo vince due volte: quando colpisce e quando ci convince che non esiste. Sul volo per Tel Aviv un copilota accoltella il comandante, l’aereo perde quota, i passeggeri intervengono. E scatta il tranquillante: lite, follia, episodio da chiarire. A Modena un uomo investe la folla e sul suo pc compaiono ricerche su Isis, Bin Laden e attentati. Ma guai a dire «jihad globale»: sia mai disturbare la sinistra, ormai alleata d’ufficio dell’islam. Poi c’è Regeni. Tre agenti egiziani sono stati condannati a Roma per il sequestro del ricercatore. La sinistra accusa Meloni di non fare abbastanza contro al-Sisi e si indigna per le parole di Tajani. Comico. Però, davanti all’islamismo europeo, rispolvera il catalogo: contesto, cultura, integrazione, prudenza. Mai la frase proibita: l’islamismo combatte la libertà delle democrazie occidentali.
Il capolavoro è pretendere verità su Regeni e rimuovere l’ideologia che quella libertà la minaccia. Nelle piazze progressiste sfilano partiti e movimenti indulgenti verso regimi islamisti non meno autoritari dell’Egitto: gli stessi dove indagare ciò che il potere nasconde può costare carcere o vita. La contraddizione diventa complicità morale.
L’11 settembre non è stato dimenticato: è stato tradotto. Da terrorismo islamista a «incidente». Non serve più abbattere le Torri: basta convincerci a non guardarle.
