Vive in Germania da anni e ha partecipato pochi giorni fa al Pride di Francoforte. Ex parlamentare del Partito Democratico, è tra le più note attiviste italiane per i diritti LGBTQ+.
Anna Paola Concia, che significato assume il drammatico attentato di Berlino per la comunità LGBTQ+ europea?
«Una settimana fa al Pride di Francoforte, dove ero con mia moglie, un ragazzo gay alla parata portava un cartello con scritto: Islamismo e omosessualità non sono compatibili. Quando finalmente la politica reagirà?. Credo che in quella fotografia ci sia già la risposta. Se un Pride diventa un bersaglio, significa che non viene colpita soltanto una manifestazione, ma un simbolo di libertà, di uguaglianza e di diritti civili. È pericolo non guardare in faccia la realtà».
Cosa pensa della costante presenza di bandiere palestinesi nei vari Pride, considerato che a Gaza l’omosessualità non è accettata?
«Un tempo quando il movimento omosessuale era universalista ai Pride manifestavamo contro tutti i paesi che condannavamo l’omosessualità. Si rischia un cortocircuito inaccettabile».
Il fatto che il bersaglio sia stato un Pride dice qualcosa di specifico sull’ostilità dell’estremismo islamista nei confronti dei diritti LGBTQ+?
«Ce lo dicono anche i dati. Mia moglie è criminologa e mi segnala che in Germania le aggressioni contro donne e persone omosessuali da parte di uomini radicalizzati di matrice islamista sono aumentate in modo significativo. Si tratta spesso di soggetti che, pur essendo nati in Germania, non hanno sviluppato un reale percorso di integrazione e hanno aderito a ideologie estremiste. L’ostilità verso le persone LGBTQ+ fa parte della visione ideologica dell’islamismo radicale e non può essere ignorata».
Siamo di fronte a una nuova fase della minaccia jihadista?
«Non credo sia una fase nuova. È una minaccia presente da molti anni e in Germania ne abbiamo pagato il prezzo più volte in termini di vite umane. Il punto oggi non è tanto capire se il fenomeno esista, quanto affrontarlo con determinazione senza minimizzarlo. Bisogna lavorare sulla sicurezza e sulla prevenzione della radicalizzazione. Ma bisogna partire dalla consapevolezza che esiste un problema rappresentato da cittadini già radicalizzati. Se le notizie saranno confermate, il presunto attentatore, nato in Germania da genitori libanesi, era noto alle forze dell’ordine per il suo processo di radicalizzazione, aveva già scontato una pena detentiva ed era stato rilasciato. Resta da chiarire se fosse inserito in un programma di deradicalizzazione o se avrebbe dovuto esserlo. Se così fosse, è evidente che si è intervenuti troppo tardi».
In Germania c’è stata una sottovalutazione del pericolo islamista?
«No le autorità tedesche conoscono bene la minaccia del radicalismo islamista. Piuttosto, bisogna chiedersi se gli strumenti oggi disponibili siano sufficienti. Nei confronti dei soggetti radicalizzati servono controlli più efficaci e un’azione più incisiva contro i canali di reclutamento, che possono svilupparsi sia online sia, in alcuni casi, all’interno di luoghi di culto dove vengono diffuse. Qui, il pm si era opposto alla scarcerazione dell’attentatore, perché era noto che fosse radicalizzato. Il procedimento era ancora in discussione. Troppo tardi».
