Non chiamatele semplicemente sale di preghiera. Tra garage riadattati, seminterrati al buio, quasi mai a norma, e palestre di periferia si nasconde il sottobosco dell’estremismo islamico in Italia. È qui che le tensioni locali come quelle esplose in Veneto attorno alle pretese delle varie comunità e ai casi del Veneziano rivelano la loro vera natura: non semplici dispute urbanistiche, ma la spia di un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale.
Su oltre 1.200 tra «musalla» e centri informali censiti, l’Antiterrorismo e l’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna) hanno acceso i riflettori su 150 di covi a spiccata vocazione fondamentalista. Dentro quelle mura si muovono tra i quattrocento e i cinquecento «profili chiave»: cattivi maestri, imam fai-da-te e giovani fanatizzati pronti ad azioni eclatanti. La situazione del Veneto rappresenta la perfetta cartina di tornasole di questa dinamica.
Le recenti rivendicazioni della comunità bengalese guidata dal leader radicale Kamrul Syed nell’area veneziana per un complesso comunitario ad alto impatto sfociate persino in minacce di sciopero e il blocco delle attività mostrano come il problema travalichi le norme urbanistiche. La proliferazione di ex capannoni adibiti abusivamente a luoghi di culto crea gravi nodi di incolumità pubblica.
Dietro il paravento dell’associazionismo culturale si innestano opachi canali di finanziamento estero e l’influenza di correnti ultra-conservatrici, monitorate da Prefetture e Digos. Le mappe dell’intelligence non lasciano spazio al politically correct. A spingere sull’acceleratore dell’estremismo restano le comunità di marocchini, tunisini ed egiziani, terreno fertile per il salafismo. Ma la minaccia ha cambiato pelle: cresce l’inquietudine degli 007 per alcune frange del Sud-Est asiatico, in particolare tra pachistani e bengalesi, dove il rigore dogmatico fa da cassa di risonanza al jihadismo globale.
Di fronte a questa tenaglia, l’Italia ha cambiato passo. Con il Governo Meloni e la linea di fermezza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dopo il 7 ottobre 2023 la tolleranza verso chi diffonde antisemitismo si è azzerata. I numeri parlano chiaro: sono oltre cento le espulsioni per motivi di sicurezza firmate fino al 2026. Si applica l’articolo 13 del Testo unico sull’Immigrazione per allontanare figure ritenute «tossiche» come l’imam Zulfiqar Khan.
La geografia del rischio ricalca al millimetro i grandi distretti produttivi. La Lombardia guida la classifica: Milano e la cintura industriale tra Brescia, Bergamo e Varese vedono un’alta densità di locali «opachi». Segue l’Emilia-Romagna sull’asse Bologna-Modena-Piacenza, il Piemonte col nodo torinese (San Salvario e Porta Palazzo) e il Lazio. A Roma, a pochi passi dal Vaticano, prosperano decine di covi abusivi sfuggiti ai censimenti.
A sbarrare la strada a chi sogna il califfato c’è il «metodo Italia», coordinato dal Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo. Ogni giovedì si siedono allo stesso tavolo AisiI, Aise, Dcpp (Direzione Centrale della polizia di prevenzione), Ros, Guardia di Finanza e Nic (Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria). Un lavoro a 360 gradi tra infiltrati, controlli della Digos, tracciamento social e caccia ai flussi finanziari.
