Le guerre non si combattono più solo con i carri armati e in Europa lo sappiamo ormai dal 2007, quando l’Estonia (entrata nell’Ue tre anni prima) è vittima del primo attacco informatico nazionale a fini politici. Seguiranno la Georgia nel 2008 e la Crimea nel 2014. Ma si potrebbe andare avanti con i «Macron Leaks» del 2017, durante la campagna presidenziale francese, il referendum in Catalogna dello stesso anno, le elezioni Europee del 2022 e quelle in Slovenia del 2023. Tutti casi, alcuni in maniera certa e altri più discussa, attribuiti a vaste campagne di disinformazione orchestrate dal Cremlino e in particolare dal Gru (l’intelligence militare russa).
È il terreno della cosiddetta guerra ibrida, fatta di cyber attacchi, fake news propagandate sui social tramite reti di bot (per minare la fiducia nelle istituzioni e polarizzare il dibattito pubblico fino a portarlo allo scontro) e, in ultimo, tattiche militari non convenzionali. Come l’utilizzo lo scorso 5 agosto di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia, un atto ostile di cui Berlino (ma anche l’Ue e le principali cancellerie europee) attribuisce la responsabilità a Mosca (che come sempre respinge ogni addebito). Un salto di qualità nel braccio di ferro tra Europa e Russia che ha allarmato Nato, Ue e ovviamente Italia. Tanto che ieri, durante la riunione dei ministri degli Esteri europei in Irlanda, Antonio Tajani non ha escluso che Mosca possa «tentare di intervenire nella vita democratica dei Paesi dell’Ue interferendo nelle libere elezioni democratiche». Che, non è un dettaglio, nei prossimi 15 mesi coinvolgeranno un terzo dei Paesi Ue: Svezia e Lettonia nel 2026, Francia, Italia, Grecia, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia e Spagna nel 2027. «Certamente - aggiunge il vicepremier - i cittadini italiani non si faranno condizionare, però il tentativo ahimé ci sarà. Con l’obiettivo di rendere meno governabile l’Europa o avere partiti antieuropeisti amici della Russia che possono mettere i bastoni fra le ruote a una politica di sicurezza europea».
Come ormai succede da molti mesi e su diversi dossier, l’altro vicepremier Matteo Salvini la pensa in maniera diametralmente opposta. «C’è un ansia anti-russa che mi preoccupa», dice il leader della Lega. E, aggiunge, «non voglio mancare d’intelligenza alla libertà di scelta degli italiani che non hanno mai votato né penso voteranno per influenze russe, cinesi, americane, israeliane o palestinesi».
Di certo, in Europa non la pensano così. Tanto che una recente analisi dell’European council on foreign relations (fondato nel 2007, è il primo think tank pan-europeo indipendente) rilanciata ieri dal Financial Times e dedicata all’Italia individua in Roberto Vannacci il «cavallo di Troia del Cremlino in Italia». Un articolo in cui si racconta come diversi analisti sospettino che dietro l’ascesa dell’ex generale «vi sia un’influenza russa, soprattutto dopo che Giorgia Meloni ha costretto Salvini - un tempo fervente ammiratore di Vladimir Putin - ad allinearsi al suo sostegno a Kiev». Il quotidiano ricorda l’incarico di Vannacci a Mosca come addetto militare italiano nel 2021 (quando, peraltro prima escluse categoricamente che la Russia potesse invadere l’Ucraina e poi, a guerra iniziata, predisse che Kiev sarebbe caduta in pochi giorni). E sottolinea come oggi l’ex generale stia «complicando la campagna per la rielezione di Meloni, facendo leva sulle profonde correnti di pacifismo, malcontento economico e simpatia per Mosca presenti in Italia». A stretto giro la replica sarcastica del leader di Futuro nazionale: «Rispondo con mano tremante, avendo appena scoperto che sono un Manchurian candidate inviato dalla Federazione russa. Onestamente mi aspettavo di più da voi, tuttavia grazie mille per aver amplificato - gratis, spero! - le mie posizioni».
