Paolo Zampolli è amico di vecchia data di Donald Trump, che gli ha affidato numerosi incarichi. Fino a poche settimane fa era il suo inviato in Italia.
Zampolli, c’è stato un terremoto politico?
«In politica c’è la cattiva abitudine, in America come in Europa, di dichiarare dopo ogni elezione l’inizio o la fine di un’era».
Non è finita un’era?
«No».
Cosa è successo?
«I Democratici hanno conquistato entrambi i rami del Congresso, vincendo anche in collegi dove i Repubblicani si aspettavano risultati migliori».
Non è una cosa da poco.
«No, non va liquidata con delle scuse, ma nemmeno confusa con un rifiuto di ciò che Trump ha rappresentato».
Cosa ha rappresentato?
«Ha creato una coalizione più ampia del Partito repubblicano tradizionale, coinvolgendo classe operaia, imprenditori, minoranze, giovani, scettici delle guerre all’estero e persone che non si consideravano repubblicane. Molti hanno un rapporto diretto con Trump, che non si trasferisce automaticamente agli altri candidati. I Repubblicani devono capire questa coalizione, non pensare di poterla ereditare».
Che messaggio arriva dal voto?
«È soprattutto pratico, non ideologico: gli americani sono preoccupati per il costo della vita. Guardano lo scontrino del supermercato, la benzina, l’elettricità, l’affitto e la sanità prima dei dati sul PIL. Una famiglia che si sente più povera difficilmente si farà convincere da Washington che l’economia va bene».
Come devono reagire i Repubblicani?
«Tornare alle basi: costi e tasse più bassi, energia accessibile, meno burocrazia, più manifattura, lavori migliori e piccole imprese più forti. Le famiglie si pongono tre domande: posso permettermi la mia vita? I miei figli potranno costruirne una migliore? Il Paese è sicuro? Trump è sempre stato più forte quando ha parlato a queste esigenze. America First deve essere qualcosa che le persone possano percepire».
Cosa significa politicamente «America First»?
«Non significa isolare l’America. La versione più intelligente usa la sua forza economica per attirare investimenti e fare in modo che il mondo scelga di investire negli Stati Uniti».
E la politica estera?
«Gli americani sanno che a volte bisogna agire con decisione all’estero, ma vogliono conoscerne scopo, costi e obiettivi. Quando l’instabilità in Medio Oriente fa aumentare la benzina in Michigan o Pennsylvania, la politica estera smette di essere una questione lontana».
Leadership mondiale o prosperità in patria?
«Un’America forte non deve scegliere. Deve spiegare il legame tra le due cose: la forza funziona quando le persone capiscono dove si sta andando».
Il prossimo Congresso sarà controllato dai Democratici?
«Ci saranno indagini, scontri e leggi che Trump potrebbe vetare. Ma ci sarà pure spazio per gli accordi. Il Presidente ha trascorso gran parte della sua vita a negoziare con interlocutori che non erano dalla sua parte».
Quindi?
«Se una legge danneggia il Paese, si pone il veto. Se crea posti di lavoro e migliora la vita degli americani, si trova un accordo».
Quali sono i rischi per i Repubblicani?
«La reazione peggiore sarebbe il panico».
Cosa devono fare?
«Ascoltare gli elettori senza rinunciare ai propri principi: libertà economica, confini sicuri, indipendenza energetica, forza industriale e pace attraverso la forza restano fondamentali».
E Trump cosa deve fare?
«Ha una dote insolita: l’istinto di cambiare discorso quando tutti pensano che la storia sia già scritta. Le elezioni non sono soltanto giudizi: a volte sono istruzioni».
Giuseppe Conte con cui lei qualche mese fa, quando ancora era il referente italiano di Trump, è andato a cena, ha preso le distanze da Trump, definendolo il «passato».
«Non mi stupisco, perché Giuseppi va dove tira il vento. Sono sicuro che, se vincesse le elezioni, il suo primo viaggetto sarebbe alla Casa Bianca. La riconoscenza, purtroppo, è solo dei grandi uomini».
