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Politica internazionale

Schlein si accoda al trionfo Dem. E Conte non molla

La leader Pd esulta come se il voto Usa influisse qui. Il grillino corteggia i filo islam per contenderle la leadership

Conte Schlein

La sconfitta di Donald Trump e l’onda lunga democratica che arriva da Oltreoceano aprono di fatto la campagna elettorale del Belpaese. E in particolare accendono la sfida tutta interna al campo largo tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. La segretaria del Partito democratico si muove come chi sente la vittoria in tasca. Nelle ultime settimane Elly ha incassato il sostegno di tutte le anime del Pd e ricevuto garanzia da parte di Matteo Renzi e di altri petali del campo largo.

L’obiettivo, nemmeno tanto velato, è Palazzo Chigi. Scenario che non nasconde con amici e fedelissimi ai quali ripete con insistenza che se la giocherà fino in fondo e che è la volta buona per far tornare a vincere il centrosinistra. Elly sogna di sfidare Giorgia Meloni in un duello tutto al femminile che scalda già i bookmakers di Montecitorio. L’upgrade di Elly ha innescato il corteggiamento da parte di un pezzo consistente di élite del Paese, che si sposta in base a dove tira il vento. In questa cornice si inserisce l’incontro raccontato da il Giornale tra Schlein e Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera e di La7. Che va detto, almeno su La7, non ha mai fatto mancare il sostegno al centrosinistra e al Pd, soprattutto nei talk di approfondimento.

Faccia a faccia che avrebbe fatto storcere il naso al rivale Conte. L’attivismo di Schlein si scorge anche nel rapporto costruito con i vertici di Confindustria e nel gioco di sponda con la Cgil, il sindacato rosso capitanato da Maurizio Landini, già precettato per le primarie di coalizione. Tutti tasselli che spingono Elly a riche agli operai e ha consegnato il Texas ai capannoni dei geni della Silicon Valley, che mangiano la terra di chi lo aveva votato. Doveva finire le guerre e ne ha aggiunte: con l’Iran si spara da otto mesi.

Era convinto che bastasse battere sul tavolo il pugno più forte del mondo. Non è bastato, e mi è dispiaciuto. Dalla diplomazia alle armi e ritorno, senza portare a casa nulla, salvo briciole. Non faccio analisi, segnalo uno stato d’animo. Noi italiani di politica estera ce ne siamo sempre infischiati, ma sapevamo che l’America, pur facendo i suoi interessi e perdendo qualche guerra, teneva insieme il mondo sui valori che ci permettono di respirare.

Quella certezza non c’è più. Resta la confusione, e dentro, la persona meno seria che si potesse incontrare. In giugno l’ho vendicare la leadership del campo largo.

A maggior ragione adesso che arriva da Oltreoceano un’onda blu dal sapore democratica che rafforza la narrazione del Nazareno.

Sia come sia, Schlein se la dovrà vedere con Giuseppe Conte, che non sembra voler cedere il passo. L’ex premier vorrebbe rovinare i piani della segretaria del Pd. E sta tentando l’ultimo assalto per provare a togliere la corona alla numero uno del Nazareno. Ecco perché nelle ultime ore ha alzato i decibel.

Prima strizzando l’occhio al mondo islamico e dunque prendendo le difese della deputata grillina Stefania Ascari che ospitò alla Camera il figlio del jihadista Abu Safiya. Una mossa che è parsa un appello a tutta la galassia filo islamica.

Poi intervenendo nelle ore successive al voto americano contro Giorgia Meloni: «La presidente del Consiglio è rapidissima quando si tratta di proporre un Nobel a caso, ma quando si tratta di prendere atto della realtà fa scena muta».

Nel mezzo ha poi provato a intercettare i cosiddetti maranza mettendo nel mirino i decreti sicurezza che «li cancelleremo tutti perché limitano il dissenso e il diritto di protestare».

E ancora, giustificando le manifestazioni di queste settimane: «Dalle piazze italiane e piazze europee, sino al voto negli Stati Uniti, si leva forte la protesta contro le guerre, contro il riarmo, contro i rincari che ne conseguono e il voto segnala la voglia, la pretesa di maggiore sicurezza sociale». Sembra essere l’ultimo tentativo per interrompere l’Opa definitiva di Elly sul campo largo. E per provare a conquistare un elettorato che è sì connotato a sinistra ma non ha una definizione partitica.

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