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Politica internazionale

Sottomessi ma ricchi

È il mondo al contrario: la stabilità, virtù noiosa che la sinistra detesta perché impedisce i sogni di rivoluzioni da salotto, sta pagando

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È gustoso, quasi un dolce stil novo in salsa capitalista, leggere il Financial Times. Quei signori della City, che fino a ieri ci osservavano come il parente povero che ha rubato l’argenteria, oggi ci celebrano. L’Italia non è più il problema, lo è la Francia di Macron, il golden boy europeo che svettava mentre noi arrancavamo in coda.

È il mondo al contrario: la stabilità, virtù noiosa che la sinistra detesta perché impedisce i sogni di rivoluzioni da salotto, sta pagando. Mentre Bruxelles inseguiva unicorni verdi e transizioni energetiche, l’Italia ha tenuto la barra dritta. Con due guerre alle porte, era tempo di pragmatismo. E, miracolo, ce l’abbiamo noi.

Ma c’è una trappola: l’islamismo che avanza e ci fa recuperare posti nella classifica dei sottomessi. Il caso di Venezia - con la comunità islamica che ci ricatta e la sinistra più o meno radicale che ammicca sperando di essere ricambiata nelle urne - è emblematico. E nel migliore dei casi un silenzio assordante accoglie quello che è il vero cancro della nostra democrazia: ovvero l’invasione ideologica da parte di una religione diventata piano politico che costringe le vittime del terrorismo a cancellare dalle targhe il riferimento alla matrice islamica. Come soccombere due volte. È successo con il Bataclan e sta succedendo con l’anniversario dell’11 settembre. È imbarazzante vedere partiti, compromessi per anni con i petrodollari del Golfo, fingere di non distinguere una democrazia da una teocrazia che, in nome di Allah, predica odio, giustifica stragi e vuole la Sharia.

Il rischio è un paradosso atroce: potremmo svegliarci con il Financial Times che ci incorona virtuosi dell’economia, ma in vetta alla classifica dei Paesi che hanno già abdicato alla propria identità culturale. Sottomessi, benché i più ricchi del cimitero delle democrazie occidentali.

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