L’Occidente non è più il monolite della Guerra Fredda. Oggi somiglia a una gomma da masticare, tirata da chiunque sinistra woke in primis decida che l’alleato è tale solo se indossa la sua stessa uniforme ideologica. Così l’America di Trump è diventata, per i salotti buoni, più pericolosa di una teocrazia, mentre il vero nemico l’islamismo radicale che coltiva l’odio tra le pieghe di una tolleranza suicida viene scambiato per compagno di merende.
Ma c’è una novità: Meloni e Trump giocano meglio da quando hanno smesso di fingere armonia e hanno messo in chiaro il conflitto di interessi tra sponde atlantiche. Trump, col suo stile da bulldozer,
ha messo a nudo la debolezza atavica di un’Europa che non sa chi è. E in questo vuoto, Giorgia Meloni è emersa come l’unica leader capace di imporsi. Guida una maggioranza che nei palazzi di Bruxelles tecnicamente non esiste, ma nei fatti è l’unica a portare risultati concreti.
Diceva Ennio Flaiano: «La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria». Oggi la profezia è universale: la nostra democrazia è inadeguata, ma la ricetta per salvarla non è considerare populiste le richieste dei cittadini per perpetuare una tecnocrazia che ha portato l’Occidente in stato di minorità. Ed è qui che si nota la casualità che porta oggi a leggere sul New York Times le
parole della premier; Meloni e Trump non stanno salvando il mondo, stanno salvando il buonsenso dal naufragio, smettendo di nascondere le divergenze dietro il velo della retorica. L’unità occidentale non è un esercizio di stile, ma un patto tra chi ha il coraggio di dire dove finisce l’Europa e dove inizia l’America. Con un punto fermo: lo Stato liberale che sa dire anche dei no. Cosa che a sinistra non si sente più.
