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Alireza, morto a 11 anni. Ecco il primo martire tra i baby-soldati del regime

Ucciso mentre aiutava a un posto di blocco. I civili arruolati o usati come scudi umani

Alireza, morto a 11 anni. Ecco il primo martire tra i baby-soldati del regime
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"Mamma, o vinciamo questa guerra o diventiamo martiri. Se Dio vuole, vinceremo, ma io vorrei diventare un martire". Ecco le ultime parole di Alireza Jafari, 11 anni, studente di quinta elementare a Teheran, pronunciate prima di uscire di casa l'11 marzo e morire a un posto di blocco militare nella capitale iraniana, secondo fonti del regime durante un raid israeliano.

Una storia tragica, che conferma non solo l'indottrinamento dei più piccoli all'interno della Repubblica islamica, ma anche il loro coinvolgimento nella repressione dei civili, ufficializzato meno di una settimana fa sui media statali con l'annuncio in cui si spiegava che il regime ha abbassato a 12-13 anni l'età minima per potersi arruolare tra le milizie volontarie e partecipare ad "attività di supporto al conflitto". All'annuncio sono seguiti manifesti di incentivo all'ingaggio, in cui si spiega agli interessati di rivolgersi alla moschea locale per ogni dettaglio. Ma la decisione del regime segnala anche un indebolimento delle forze di sicurezza iraniane, che sembrano faticare sempre più a reclutare adulti, specialmente adesso che Basiji e Pasdaran sono presi di mira dai "nemici".

Anche se l'esercito israeliano, in assenza di coordinate sull'attacco non è stato in grado di confermare il raid, Alireza, 11 anni, è formalmente la prima vittima tra le fila dei baby-basiji, quei minori che la teocrazia islamica sta utilizzando per rafforzare la repressione, attraverso il pattugliamento delle strade e i posti di blocco, al fianco della milizia di volontari controllata dalle Guardie della Rivoluzione islamica.

La storia del ragazzino è stata confermata sia dai Basiji, che hanno parlato di "morte in servizio", sia dalla madre di Alireza, Sadaf Monfared, che lo ha visto uscire di casa senza vederlo più rientrare. Mamma Sadaf ha raccontato al quotidiano iraniano Hamshahri che il marito aveva deciso di portare con sé il ragazzino al posto di blocco sull'autostrada Artesh perché "non c'era abbastanza personale" e affinché il figlio "fosse pronto per i giorni a venire". Una decisione presa pur nella consapevolezza che i checkpoint militari sono un bersaglio negli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l'Iran e che l'uso di minori di 15 anni in un conflitto è un crimine di guerra. Diverse testimonianze dall'Iran confermano ormai l'utilizzo dei più piccoli, armati di manganelli ma anche di pistole, per i controlli sui cittadini e le perquisizioni.

L'impiego dei baby-volontari non è l'unica circostanza che dimostra l'utilizzo di civili o di strutture civili nel conflitto, in funzione di scudo al regime. Una direttiva interna di 33 pagine, trapelata dal comando missilistico delle Guardie Rivoluzionarie e svelata ai media di opposizione iraniani dal gruppo di hacker Edalat-e Ali, sembra dimostrare l'utilizzo di siti non militari per occultare, supportare e agevolare le operazioni di lancio di missili in maniera strutturata e pianificata.

Il documento descrive un sistema concepito per integrare le attività missilistiche all'interno di normali aree civili, attraverso l'uso di scuole, edifici industriali, complessi sportivi, magazzini e altri spazi non militari. Un modo per eludere la sorveglianza nemica e farsi scudo dei cittadini, ormai in maggioranza contrari alla dittatura ma ancora sotto il suo scacco.

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