Un laboratorio per la Nato che verrà, Ankara come crocevia e mille domande aperte. Trentuno capi di Stato e di governo, oggi e domani, in Turchia proveranno a disinnescare l'imprevedibilità del presidente Usa Trump, in un vertice dell'Alleanza atlantica chiamata ad adattarsi alle scosse sopraggiunte da Washington negli ultimi mesi. Il tycoon è il 32esimo leader, considerato l'elefante (e non perché animale simbolo dei repubblicani) nella stanza. Per il segretario generale della Nato, Mark Rutte, è invece "anche merito del presidente americano se Paesi come Spagna, Italia, Belgio e Canada, hanno aumentato la spesa per la difesa raggiungendo il 2%". Si aspetta, Rutte, che le capitali presentino "piani chiari e credibili" per centrare l'obiettivo del 5% del Pil entro il 2035, promesso ob torto collo. Da Rutte ieri una nuova sviolinata alla Casa Bianca. Ma, da oggi, due giorni di nuove discussioni: con i leader al Complesso presidenziale di Bestepe, ospiti di Erdogan, senza un vero e proprio fronte comune.
Il comunicato finale è ancora da armonizzare. E già questa è una novità: causa, l'incognita sul graduale disimpegno statunitense dall'Europa (Germania in primis) che sarà Trump stesso a declinare. Lo sguardo sembra orientato a rinforzare l'est: Polonia e Paesi baltici, e a far rispettare gli impegni e quadrare i conti dei bilanci. Al summit, si dovranno pubblicare i nuovi dati sulle spese chieste da Washington, verso quel 5% totale articolato in 3,5% per la difesa "core" e 1,5% per investimenti "collegati" alla sicurezza: cyber, infrastrutture, mobilità militare. Traguardi che andrebbero raggiunti in un decennio ma su cui Trump vorrebbe vedere uno sprint.
Già dai primi numeri, si vedrà chi ha impresso la svolta chiesta dall'incessante pressing della Casa Bianca, con Rutte che ritiene si tratti di "riequilibrare" una relazione iniqua con Washington e non di una forzatura tesa ad abbandonare il Vecchio Continente. È attesa poi la conferma del pacchetto di assistenza militare pari a circa 140 miliardi su due anni all'Ucraina (incluso un contributo dal prestito dell'Ue di 60 miliardi). Un meccanismo non finanziato direttamente dagli Stati Uniti, ma che sulla carta dovrebbe facilitare gli acquisti europei e canadesi di armamenti Made in Usa attraverso la lista Purl delle "esigenze prioritarie" dell'Ucraina, coordinata dalla Nato e voluta da Trump, che permette agli Stati membri dell'Alleanza (ad oggi poco più della metà hanno aderito al programma) di fare acquisti mirati sulla base delle esigenze di Kiev (quindi sistemi di difesa aerea americani e missili intercettori Patriot) da destinare all'esercito gialloblù.
Se nel Purl, tra i Paesi aderenti, figurano Germania, Canada, Paesi Bassi e Svezia, l'Italia non c'è. Roma ha invece confermato l'intenzione di allinearsi ai nuovi obiettivi dell'Alleanza, il 5% del Pil, pur con riclassificazioni non tutte gradite a Washington. Rutte ieri ha pure risposto a una domanda sull'affondo del Segretario alla Guerra Usa, Pete Hegseth, che ha innescato tensioni alla scorsa ministeriale difesa. "Avere una revisione della postura e delle forze è una mossa saggia, sarà in consultazione con gli alleati, non c'è da preoccuparsi", rassicura Rutte, convinto che non sia "sano" per l'Europa affidarsi così tanto agli Usa per la difesa e che il processo di ribilanciamento renderà l'Alleanza "sostenibile". Gli Usa, a suo dire, non stanno "spaccando" la Nato. Si tratta di essere "virtuosi".
In rapporto al Pil, spicca la Polonia, che nel 2025 destina alla difesa il 4,7% della propria economia. Seguono Estonia e Stati Uniti, al 3,4%, Lettonia al 3,2% e Grecia e Lituania al 3,1%. Seguono Finlandia (2,5%), Danimarca (2,4%), Regno Unito, Romania e Svezia (al 2,3%), poi Norvegia e Ungheria (2,2%) e Germania, Francia e Repubblica Ceca, al 2,1% del Pil. Sul chi vive, al 2% del Pil, il precedente obiettivo, Italia, Belgio, Canada, Paesi Bassi, Portogallo, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Turchia, Lussemburgo, Albania, Bulgaria.
La Spagna è riuscita ad attagliarsi una formulazione ad hoc, sganciandosi dal 5% e facendo infuriare Trump. Sánchez si presenterà "con tranquillità e a testa alta", segnalano fonti della Moncloa: settimo dei 32 Paesi per obiettivi di capacità raggiunti.