"Angela", "Silvio". Quei 20 anni tra cancellerie e Ppe

Dal "cucù" del vertice di Trieste alla telefonata con Erdogan, alti e bassi di una "coppia di fatto"

"Angela", "Silvio". Quei 20 anni tra cancellerie e Ppe

Per 20 anni sono stati una coppia di fatto della politica europea. A volte su rive contrapposte, quando bisognava andare al dunque dalla stessa parte del fiume. Da questo punto di vista Angela Merkel e Silvio Berlusconi hanno rappresentato bene i loro due popoli, che sembrano non comprendersi mai davvero fino in fondo, ma che poi, almeno a giudicare dagli ultimi 75 anni, trovano sempre il modo di mettersi d'accordo - dalle vacanze sulla riviera romagnola alle catene del valore dell'industria globalizzata - con mutuo vantaggio per entrambe le parti in causa.

La storia di Angela e Silvio è punteggiata da un'aneddotica ricca e colorita, le cui tappe sono rimaste nella memoria di molti. Dal cucù al summit italo-tedesco di Trieste del 2008, alla telefonata con Erdogan del vertice Nato di Strasburgo del 2009: Berlusconi riesce a strappare ai turchi il via libera alla nomina del danese Rasmussen a segretario generale dell'Alleanza e la Merkel assiste perplessa alla conversazione, per andarsene poi a ricevere gli altri ospiti. E ancora, le risatine della conferenza stampa di Angela e Sarkozy al Consiglio europeo di Bruxelles del 2011.

Per non parlare dell'episodio più oscuro: quella intercettazione telefonica, che ormai sembra pacifico non esistere, in cui a Berlusconi viene attribuito un insulto sessista rivolto alla leader tedesca. Sono passati tanti anni eppure quella vicenda, giurano i suoi uomini, è un ricordo che addolora ancora il Cavaliere.

Sull'altro piatto della bilancia ci sono i regali (ieri l'ultimo in ordine di tempo) che segnano un altro discrimine culturale: da un parte la proverbiale generosità di Berlusconi, dall'altra i severi vincoli del protocollo di Stato tedesco, che impongono procedure rigide (e di solito rispettate) se i doni ricevuti superano un determinato valore. Nel corso degli anni, da un vertice all'altro, di fronte agli occhi della Merkel è passato il meglio dell'Italia: si va dalla classica cassetta di vini di pregio al foulard di Marinella, dallo scialle in cashmere ai vetri di Murano, fino alle porcellane di Capodimonte.

Sullo sfondo resta poi la politica. Negli anni del suo cancellierato la Merkel ha dovuto fare i conti con otto presidenti del Consiglio per un totale di dieci governi: Prodi, Berlusconi (per due mandati), Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte (anche lui per due volte) e oggi Draghi. Non c'è confronto numerico che meglio illustri le differenze tra i sistemi politici dei due Paesi: la stabilità tedesca alle prese con la variabilità italiana.

Di fronte a tanta volatilità i tedeschi, Angela in testa, hanno sempre apprezzato in Berlusconi l'ancoraggio a quel sistema di valori cattolico-liberali cui anche la Cdu fa riferimento, e che si trovano riassunti nella comune appartenenza al Partito Popolare Europeo. Il timore di Berlino è sempre stato quello di rimanere senza punti di riferimento autorevoli con cui poter parlare la stessa lingua. Con Berlusconi non è mai successo.

Ora, per dire la verità, a essere di fronte a una svolta sono proprio i tedeschi. La loro stabilità, di idee e di obiettivi, prima ancora che di persone, potrebbe presto trasformarsi in un ricordo. Una coalizione a tre come quella che va profilandosi a Berlino è un esperimento mai testato e per cui non mancano le incognite. E almeno sui tempi brevi sembra difficile che nei vertici tra i due Paesi possa riformarsi un tandem simile, per peso politico e mediatico, a quello che ha dominato i rapporti italo-tedeschi degli ultimi vent'anni.

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