"Basta con i sequestri dei beni anche se assolti. Così si rovinano troppi imprenditori innocenti"

La proposta della senatrice Fi: "Eliminare le storture presenti nel codice Antimafia"

"Basta con i sequestri dei beni anche se assolti. Così si rovinano troppi imprenditori innocenti"

È uno dei paradossi meno conosciuti della giustizia italiana, quello dei beni confiscati agli imprenditori finiti in un'inchiesta antimafia e poi assolti. Un labirinto kafkiano in cui si rischia, dopo un lungo processo, di non tornare in possesso dei propri beni e su cui Gabriella Giammanco ha presentato un disegno di legge.

Senatrice, qual è l'obiettivo della sua proposta?

«Rivedere il Codice Antimafia che, così com'è, può produrre storture paradossali. Può accadere, infatti, che un imprenditore indagato per mafia e assolto in via definitiva si veda comunque confiscare l'azienda».

Com'è possibile un tale paradosso giuridico?

«Il procedimento di prevenzione è slegato dal processo penale e non tiene conto di quanto stabilito in quella sede. In Sicilia, terra in cui è difficile fare impresa e dove si è più esposti al rischio di contatti con realtà mafiose, sono molti gli imprenditori assolti che a causa delle misure di prevenzione vengono messi letteralmente in ginocchio. Penso alla famiglia Cavallotti di Euroimpianti, che ha vissuto un travaglio giudiziario durato 22 anni subendo la confisca dell'impresa. Tra l'altro il procedimento di prevenzione è sommario, concede meno garanzie rispetto al processo penale, si basa su meri indizi e sulla presunzione di colpevolezza».

Qual è l'impatto del sequestro sulle aziende?

«Il più delle volte le aziende passano direttamente dall'amministratore giudiziario al curatore fallimentare, si accumulano debiti su debiti e tutto va in rovina. Il destinatario di un sequestro resta macchiato a vita, anche nei rapporti con le banche. Nessuna gli concederà prestiti o gli aprirà un conto. La vita di imprenditori, lavoratori, famiglie intere, viene spezzata. E se c'è stata l'assoluzione nel processo penale sa di vera e propria beffa».

Cosa fare per porre rimedio a questa situazione?

«Innanzitutto il procedimento di prevenzione dovrebbe basarsi su indizi gravi, precisi e concordanti. Inoltre, bisogna creare un ponte con il processo penale. Una confisca non deve poter avvenire sulla base di un reato che non esiste. Bisogna prevedere il risarcimento del danno, se un imprenditore è costretto a raccogliere le macerie lasciate dall'amministratore giudiziario dev'essere messo nelle condizioni di ricominciare. E poi, serve istituire un periodo minimo di controllo giudiziario e di affiancamento per garantire la continuità aziendale. La sostituzione immediata dell'imprenditore con un amministratore giudiziario è inconcepibile, quest'ultimo non ha il know-how per portare avanti l'azienda. Inoltre, bisogna estendere la responsabilità civile degli amministratori giudiziari».

Politicamente oggi ci sono le condizioni per approvare una proposta di questo tipo?

«Viviamo un periodo storico in cui tra referendum e riforma della giustizia si sta muovendo qualcosa. Mi auguro ci sia la volontà di far valere la sacralità delle garanzie costituzionali. La giustizia non può essere una questione di fortuna. Non è concepibile subire provvedimenti così afflittivi pur non avendo commesso alcun reato. Si tratta di sanzioni che non sono penali ma che distruggono la vita di chi, direttamente e indirettamente, ne viene coinvolto».

C'è qualcosa che il governo potrebbe fare nell'immediato?

«Istituire fin dalla prossima legge di Bilancio un fondo di solidarietà per risarcire gli imprenditori che si sono visti sequestrare e dissequestrare dopo lunghi anni l'azienda, sarebbe un segnale importante».

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