A Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria, gli organizzatori, tra cui l'Associazione italiana editori, pretendono che gli espositori firmino una dichiarazione antifascista (tradotto: che il piccolo editore sgradito si autodenunci o resti fuori). In Puglia, al Libro Possibile, una petizione sottoscritta perfino da un arcivescovo chiede di revocare l'invito a Eshkol Nevo, colpevole di non aver gridato la sua dissociazione dal governo israeliano. Al festival letterario di Salerno, Erri De Luca è stato silenziato per un'intervista in cui si dichiarava sionista.
Non c'è da stupirsi. Il ritorno della censura non è un incidente. È il prodotto di trent'anni di politicamente corretto, nato come buona educazione e finito come manganello. Si comincia con il lessico da sorvegliare e si arriva all'esame del sangue ideologico. La sinistra conformista ha costruito, riga dopo riga, lo strumento con cui oggi tappa la bocca al dissenso. E lo usa.
Chi impugna il manganello ideologico non si sente un censore: si sente migliore. È il vantaggio della causa giusta, che trasforma ogni divieto in dovere morale e ogni esclusione in atto di igiene pubblica. Da quel pulpito si può censurare uno scrittore e andare a dormire convinti di aver servito l'umanità. È la superiorità morale a rendere il meccanismo inarrestabile: fanatismo di chi si crede buono è inarrestabile.
Era tutto nelle premesse. Il politicamente corretto non ha mai chiesto eguaglianza di trattamento: ha chiesto un trattamento di favore per le idee "giuste" e un trattamento di sospetto per quelle "sbagliate". Ma nel momento esatto in cui rivendichi la disparità (una tutela in più di qua, un'aggravante morale di là) hai introdotto la discriminazione che dicevi di combattere, solo rovesciata di segno. Il meccanismo non fa distinzioni. Per questo finisce per colpire chiunque. Basta sgarrare di una sfumatura. Il pluralismo non sopravvive a chi pretende di stabilire in anticipo le opinioni ammissibili: o vale per tutti, o è soltanto il privilegio di chi tiene il timbro in mano. La vicenda romana è la più sconcertante. La Carta, di cui tutti si riempiono la bocca, ha un articolo, il 21, che garantisce la libertà d'espressione. Vogliamo abrogarlo? Noi no. Se un editore pubblica nel rispetto della legge, fine della storia: nessuno può sottoporlo a esame ideologico.
Bene ha fatto Giorgia Meloni a unirsi alla protesta contro questo andazzo. Ma la solidarietà non basta.
Serve un principio semplice: via i soldi pubblici da qualunque manifestazione che pretenda di sottoporre gli intellettuali a un controllo ideologico. Chi vuole interpretare la parte del guardiano, lo faccia a spese proprie.