In Israele l'accordo tra Stati Uniti e Iran che dovrebbe essere firmato domani a Lucerna è prevalentemente letto come una sconfitta secca della strategia perseguita da Netanyahu negli ultimi anni, volta alla conservazione del potere attraverso l'aggressione militare e la superiorità strategica nel quadrante mediorientale. Non ci sono dubbi sul fatto che Bibi stia affrontando uno dei momenti politicamente più difficili della sua lunga carriera proprio a pochi mesi dalle elezioni del prossimo autunno.
Nelle ultime ore diversi media israeliani hanno riferito di un'accesa riunione del gabinetto di sicurezza, l'organo che nel giugno 2024 ha sostituito il gabinetto di guerra, nel corso della quale Netanyahu avrebbe rimproverato il capo di stato maggiore Eyal Zamir per la diffusione di dettagli relativi a un piano di attacco contro l'Iran poi non realizzato. Ma in realtà è lo stesso Netanyahu a subire forti pressioni politiche proprio per la gestione del dossier iraniano e della crisi libanese.
Non tutti gli alleati sembrano più interessati a salvare Netanyahu, in particolare le formazioni ultraortodosse, che rivendicano l'esenzione dal servizio militare per gli haredim. Ieri migliaia di ultraortodossi hanno inscenato una dura protesta fuori dalla prigione di Natanya, a nord di Tel Aviv, dove sono detenuti alcuni studenti delle scuole di studi ebraici arrestati nei giorni scorsi per diserzione. Netanyahu avrebbe agitato in colloqui privati con gli ultraortodossi lo spettro di una sconfitta del blocco di destra soprattutto in caso di voto a settembre. Ieri un sondaggio di Kan News ha registrato un calo di un seggio per Likud rispetto al precedente. Il tutto mentre i ministri Smotrich e Ben-Gvir, rispettivamente leader del Partito Sionista Religioso e di Otzma Yehudit, appaiono sempre più autonomi rispetto al governo. L'unica fortuna di Netanyahu è che l'opposizione appare a sua volta frammentata e attanagliata dal nodo delle alleanze e del rapporto con i partiti ultraortodossi e arabi.
E perfino la conferenza la conservazione archeologica dei siti in Giudea e Samaria diventa terreno di scontro. Per una parte significativa della destra la recente iniziativa legislativa volta a porre il settore sotto il controllo diretto israeliano serve a legittimare la presenza israeliana in Cisgiordania, mentre l'opposizione denuncia la strumentalizzazione del tema ai fini dell'annessione.
Ieri ci sono state violente proteste davanti all'albergo di Gerusalemme dove è in corso un convegno sul tema e quando il ministro del Patrimonio Amichay Eliyahu ha preso la parola molti dei presenti hanno lasciato la sala.