A Cambridge non basta più studiare: bisogna anche imparare a essere “inclusivi”. Almeno al Gonville & Caius College, dove gli studenti universitari saranno obbligati a partecipare a un corso di formazione di 90 minuti dedicato all’inclusività. A rivelarlo è lo Spectator, che ha visionato una comunicazione inviata dall’ufficio didattico del college.
Le lezioni saranno tenute da Stop Hate UK, organizzazione impegnata nel contrasto ai crimini e agli episodi d’odio. Il programma promette di insegnare agli studenti a “dimostrare comportamenti inclusivi” e a riconoscere un “hate incident”, cioè un episodio d’odio, e il suo impatto sulla comunità.
La partecipazione, però, non sarà facoltativa. “La presenza degli studenti undergraduate (dei corsi di laurea di primo livello, ndr) è obbligatoria”, si legge nella mail citata dal media britannico. La motivazione è altrettanto esplicita: sarebbe “importante per la comunità nel suo insieme garantire una risposta collettiva e unitaria”.
Ed è proprio sul contenuto della formazione che si accende la polemica. Nei propri materiali destinati al mondo dell’istruzione, Stop Hate UK sostiene che la libertà di espressione debba essere esercitata tenendo conto di “doveri, responsabilità e obblighi legislativi e contrattuali”. Agli studenti viene inoltre spiegato come opinioni, atteggiamenti e pregiudizi possano essere condizionati da “unconscious bias”, pregiudizi inconsci, media bias e fake news.
Un terreno delicato, soprattutto dentro un’università che dovrebbe avere nel confronto delle idee uno dei propri pilastri. Anche perché proprio sull’efficacia dei corsi contro gli “unconscious bias” non mancano dubbi. Un rapporto del governo britannico citato dallo Spectator aveva osservato che le prove sull’effettiva capacità di queste iniziative di modificare i comportamenti sono limitate e che in alcuni casi potrebbero persino produrre effetti contrari a quelli desiderati.
Ma a far discutere è soprattutto la definizione estremamente ampia di “hate incident”. Stop Hate UK distingue infatti questi episodi dai veri e propri “hate crimes”, i reati d’odio previsti dalla legge. Tra gli esempi riportati dall’organizzazione possono rientrare anche gesti offensivi o reclami “malevoli” per questioni di parcheggio.
Il glossario utilizzato dall’associazione fa inoltre riferimento a “microaggressioni” e “micro-inequità”: comportamenti che possono comprendere commenti involontari o messaggi inconsapevoli trasmessi attraverso espressioni del volto, gesti, tono della voce o scelta delle parole. Insomma, non soltanto ciò che si dice ma potenzialmente anche come lo si dice.
Senza dimenticare alcune prese di posizione dell’organizzazione sull’islamofobia e sull’informazione relativa ai casi di grooming gangs che hanno coinvolto comunità musulmane nel Regno Unito: lo Spectator ha puntato il dito contro Stop Hate UK per aver adottato definizioni troppo estese e di sovrapporre talvolta critica, pregiudizio e odio.
Il caso riapre così una questione che da anni attraversa le università britanniche: dove finisce la tutela degli studenti da discriminazioni e molestie e dove comincia il rischio di comprimere la libertà di espressione? Dal Gonville & Caius College minimizzano la portata dell’iniziativa. Un portavoce ha spiegato che, dopo essersi confrontato con i rappresentanti degli studenti, il college ha deciso di organizzare “discussioni facilitate sull’inclusività” per sostenere l’intera comunità universitaria.
Resta però un dettaglio tutt’altro che secondario: quelle “discussioni” saranno obbligatorie. E così, nell’università che per secoli ha costruito la propria reputazione sulla libertà della ricerca e del confronto intellettuale, agli studenti toccherà anche una lezione su quali comportamenti siano abbastanza “inclusivi”.
