A stordire gli alleati europei e a scompaginare i programmi degli sherpa al lavoro per chiudere il programma del summit Nato ci sta già pensando Donald Trump. Le premesse ci sono tutte. La chiacchierata telefonica di un'ora e mezza con Vladimir Putin seguita dalle dichiarazioni sul programmato incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky fanno capire che è pronto a riprovarci. Anche a costo di buttare all'aria tutti gli altri temi all'ordine del giorno.
Lui è il primo a dirlo. "Putin vuole finire la guerra e anche l'Ucraina vuole finirla - spiega ai giornalisti convocati per l'ultima conferenza stampa prima della partenza per la Turchia - Ne parleremo alla Nato" aggiunge poi alludendo al vertice di Ankara. Il negoziato è del resto quanto mai urgente. Le minacce russe alla Polonia - accusata di produrre droni e armamenti destinati a Kiev - rappresentano un avvertimento a tutti quei Paesi europei pronti a mettere a disposizione dell'Ucraina l'intelligence e le tecnologie indispensabili a garantire gli attacchi a colpi di droni che stanno sconquassando la logistica russa. E a rendere più drammatico il panorama concorrono le dichiarazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov pronto a spiegare che in Ucraina è in corso "una guerra vera e propria" e non più una semplice "operazione speciale". Quelle parole - oltre a far presagire un'imminente mobilitazione - allargano concretamente i possibili orizzonti del conflitto aldilà dei confini geografici dell'Ucraina.
In questo panorama tornano drammaticamente attuali gli avvertimenti di alcuni stretti consiglieri del Cremlino, non ultimo quelle di Sergej Karaganov artefice della dottrina nucleare russa, che in un'intervista a Il Giornale dello scorso dicembre evocò la possibilità di attacchi atomici per punire i Paesi del Vecchio Continenti troppo generosi con Kiev. Ma a motivare il protagonismo di Trump pronto a presentarsi nuovamente come paciere internazionale vi sono anche ragioni che vanno aldilà della crescente tensione. Da questo punto di vista il ruolo del padrone di casa Recep Tayyp Erdogan - con cui ha già programmato un incontro a quattr'occhi - è sicuramente determinate. L'uomo forte di Ankara è l'unico in grado di dialogare sia con Mosca sia con Kiev. Lo ha già fatto nel marzo 2022 quando a fece da padrino all'unica bozza d'intesa messa nero su bianco da Mosca e Kiev dall'inizio del conflitto. E lo rifece quattro mesi dopo sbloccando il cosiddetto "accordo sul grano" siglato da Onu, Ucraina e Russia.
Oggi la bozza del marzo 2022 che imponeva a Kiev la cessione del Donbass, la rinuncia alla Nato e un parziale disarmo è considerata inaccettabile da Zelensky. Per Mosca, però, resta l'unica base di discussione. E da lì conta di partire anche Trump giocando in tandem con Erdogan. Ma l'eventuale disponibilità del presidente turco non è nell'ottica di Trump l'unico elemento a favore del negoziato. Sul fronte russo la guerra dei droni sta sfiancando la logistica del Cremlino creando serie difficoltà - complice il razionamento di carburante - alla popolazione russa. Su quello ucraino la lenta e sanguinosa - ma anche inarrestabile - avanzata delle truppe russe è sempre più vicina al capolinea.
Gli scarponi degli assaltatori di Mosca dopo la caduta della roccaforte di Kostiantynivka sono ormai a soli 32 km da Kramatorsk, ultimo caposaldo ucraino del Donetsk assieme a Sloviansk e alla cittadina Druzhkivka già nel mirino di Mosca. Uno scenario in cui entrambi le parti hanno un disperato bisogno di trovare una via d'uscita. E Trump è pronto ad approfittarne.