"Il Cie come Auschwitz, danni all'immagine di Bari" Palazzo Chigi condannato

Per il giudice il governo dovrà risarcire la città per 30mila euro: sminuita la reputazione

"Il Cie come Auschwitz, danni all'immagine di Bari" Palazzo Chigi condannato

Bari è stata «danneggiata» dalla presenza del Centro di identificazione e espulsione di Palese, chiuso nel 2016. E, «in conseguenza dei trattamenti inumani e degradanti praticati in danno dei detenuti», un giudice ha dunque condannato Palazzo Chigi e il Viminale a risarcire il Comune pugliese con 30mila euro. La sentenza, depositata giovedì e firmata dal giudice monocratico Concetta Potito della prima sezione civile del tribunale pugliese, è di quelle destinate a far discutere e a sollevare polemiche, anche se - in parte - è stata superata dai fatti. La condanna al risarcimento si riferisce infatti ai centri com'erano organizzati prima della riforma voluta da Marco Minniti, e in particolare a un Cie, quello di Bari-Palese, che è stato già chiuso da tempo. Però di certo la decisione del giudice, che tra l'altro ha accostato Bari ad Auschwitz e a Guantanamo per «rinforzare» e motivare il danno d'immagine che sarebbe derivato al capoluogo pugliese dalla struttura, è a dir poco controversa.

Contro il Cie barese era stata presentata a inizio decennio una class action, sfociata tra l'altro in una perizia per accertare le condizioni di detenzione degli ospiti del centro e arrivata dopo più di un lustro a sentenza. Il ricordo era stato presentato da due legali, Luigi Paccione e Alessio Carlucci, che hanno agito «in sostituzione» di Comune e Provincia di Bari, e che ora salutano con soddisfazione «una decisione senza precedenti in tutta Europa». E la decisione del giudice è un attacco frontale all'amministrazione statale, le cui «scelte gestionali» hanno permesso che il Cie di Bari non risultasse «idoneo all'assistenza dello straniero e alla piena tutela della sua dignità in quanto essere umano». E sempre lo Stato, secondo la toga, è rimasto «inerte dinanzi alle numerose segnalazioni sulle condizioni in cui versavano gli immigrati» ospiti della struttura, «nonché dinanzi a richieste di verifica delle condizioni igienico-sanitarie del Centro». Tanto considerato, il giudice barese ha motivato la necessità del risarcimento con «l'ingente danno arrecato alla comunità territoriale tutta, da sempre storicamente dimostratasi aperta all'ospitalità». E qui c'è il punto più controverso. Ossia la «normale identificazione, storicamente provata, tra luoghi ove si perpetrano violazioni dei diritti della persona e il territorio che li ospita», come giustificazione del danno d'immagine. Ed è ancora la toga pugliese che invita a pensare «ad Auschwitz, luogo che richiama alla mente di tutti immediatamente il campo di concentramento simbolo dell'olocausto, e non di certo la cittadina polacca sita nelle vicinanze», e così pure «Guantanamo e Alcatraz».

Il giudice infine non si è pronunciato sulla richiesta di chiusura del Cie, che nel frattempo è già avvenuta, e sulla richiesta di risarcimento per la violazione dei diritti umani all'interno del Cie, che sarebbe dovuta partire dagli ospiti del Centro di identificazione ed espulsione. Resta il precedente, che potrebbe innescare cause simili in ogni città che ha ospitato Cie di «vecchia generazione».

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