Ci sono immagini che valgono più di un bollettino militare. Il fumo che si alza dal terminal petrolifero di Kirovsky, alle porte di San Pietroburgo, appartiene a questa categoria. Non perché cambi da solo l'equilibrio della guerra, ma perché sposta ancora una volta la geografia psicologica del conflitto. Per Putin, la seconda città della Federazione non è una periferia strategica: è la città delle origini e della memoria personale e politica. Colpirla è insinuare l'idea che nessun santuario sia ormai davvero al riparo.
È questo il vero significato dell'attacco ucraino della notte tra il 3 e il 4 luglio. Non il danno materiale, che le autorità russe hanno definito limitato, parlando di un incendio sviluppatosi su un vagone cisterna ferroviario e rapidamente domato, bensì il messaggio. Zelensky ha definito il raid una delle nuove sanzioni a lungo raggio: colpire le infrastrutture che alimentano la macchina bellica russa, arrivando a oltre 850 km dal confine.
Il ministero della Difesa di Mosca ha promesso che il tentativo di colpire infrastrutture civili "non rimarrà senza risposta", rivendicando l'abbattimento di centinaia di droni. La cartografia del conflitto comprende tuttavia territori che, fino a pochi mesi fa, vivevano la guerra attraverso i notiziari televisivi. Oggi la percepiscono con gli allarmi aerei, le chiusure degli aeroporti, i blackout e gli incendi nei depositi petroliferi.
L'Ucraina ha investito parecchio nello sviluppo di droni e missili capaci di allungare il raggio della guerra. Ogni attacco riuscito non serve soltanto a distruggere un deposito o una base navale, ma a incrinare la percezione dell'invulnerabilità russa. In questo senso Kronstadt è un bersaglio ancora più simbolico del terminal petrolifero. Colpire il porto storico della Flotta del Baltico significa evocare il prestigio militare della Russia imperiale e sovietica. Zelensky ritiene che Mosca ha perso il Mar Nero, chiede altri missili Patriot e definisce i russi "feccia e bastardi".
Ma proprio mentre le immagini delle fiamme di San Pietroburgo percorrevano il mondo, il Cremlino cercava di spostare il centro della narrazione su Konstantinovka. Putin ha dichiarato che le forze russe hanno conquistato la città del Donbass. Una notizia che rappresenterebbe uno dei risultati operativi più rilevanti degli ultimi mesi. Il problema è che le conferme non arrivano. Per l'Institute for the Study of War, che segue l'evoluzione del fronte attraverso immagini satellitari, i russi sono penetrati in alcune aree urbane, ma restano posizioni controllate dagli ucraini. È qui che la guerra torna a essere una battaglia per il racconto. Mosca ritiene che l'attacco su San Pietroburgo sarebbe stato organizzato per distogliere l'attenzione da Konstantinovka. Kiev ribalta la prospettiva, accusando Putin di avere inventato la conquista della città per oscurare il successo dei raid. "Se è sotto controllo russo, allora Putin non dovrebbe avere alcun problema a incontrarmi lì", dice Zelensky.
La risposta del Cremlino è affidata a Peskov: "La nostra capitale è Mosca, non Konstantinovka. Zelensky verrà accolto qui senza problemi". Nel frattempo il ministero della Difesa russo ha proposto all'Ucraina di cessare domani i bombardamenti su Konstantinovka per consentire la consegna dei soldati caduti.