nostro inviato a Manduria (Ta)
Giuseppe Conte inciampa sul simbolo grillino. L'occasione è offerta dal palco del Forum in Masseria di Bruno Vespa, a Manduria. Dopo due giorni di tramontana, il sole è diventato cocente. L'ex premier, con un mezzo autogol comunicativo, riporta sul tavolo dell'attualità la questione della contesa giuridica con il fondatore Beppe Grillo. "Non c'è nessuna possibilità che Grillo se lo riprenda", scandisce Conte, riferendosi al simbolo pentastellato. Una sicurezza, però, che è soltanto sua.
La contestazione immediata arriva dall'avvocato Lorenzo Borrè, legale noto per aver seguito numerosi contenziosi interni al Movimento (avendone vinti parecchi) e profondo conoscitore delle sue vicende statutarie. E che al Giornale afferma che "le dichiarazioni che concedono a Beppe Grillo lo zero per cento delle possibilità di ottenere l'inibizione del simbolo e del nome, emblematicamente non si confrontano mai direttamente con quanto statuito cinque anni fa dalla Corte d'Appello di Genova, secondo cui Grillo è il titolare del nome e del simbolo originario del M5S". Per l'avvocato, una sorta di giurista del grillismo, "non si spiega mai, da parte contiana, perché quella sentenza sia da tenersi in non cale. E soprattutto non si spiega perché, se il simbolo e il nome sono del M5S, fu firmato il famoso accordo di manleva".
Il leader pentastellato è in clima elettorale. L'ex premier parla di giovani da inserire nel partito, di campo progressista, di appartenenza "tradizionale" alla famiglia della sinistra. "Il governo ha tradito la vocazione di destra sociale e da qui nasce il problema di Vannacci", afferma l'ex "avvocato degli italiani". Sarà la strategia del campo largo nei prossimi mesi: provare ad usare Futuro nazionale come cavallo di Troia mediatico. È anche questo che il centrodestra rimprovera al generale.
Conte cerca di ricalcare la narrazione berlusconiana quando in più circostanze afferma di essere "da poco tempo" in politica.
"Li vedo ben consolidati sulle poltrone, potranno arrivare sino alla fine della legislatura. Ma saranno cinque anni e zero riforme", prova a incalzare contro il governo. L'ex premier offre alla platea la sua consueta lettura della realtà.
E subito dopo sceglie la consueta vulgata populista: "Giorgia Meloni è diventata la beniamina dell'establishment economico e finanziario". E questo verrebbe evidenziato da un fatto: il governo Draghi sarebbe argomento estraneo alle critiche meloniane.
Bruno Vespa, padrone di casa, solleva poi il tema dei temi: le contraddizioni del campo largo, che vorrebbe contenere elettorato grillino ed elettorato renziano, facendo finta di nulla.
"Noi del Movimento 5 Stelle oggi siamo ancora più radicali di ieri, abbiamo un'identità certa", argomenta Conte. Sulla compatibilità tra i 5 Stelle e il resto della coalizione, però, il leader grillino non proferisce parola. Preferisce tornare sul terreno a lui più favorevole, quello delle proposte identitarie e delle accuse al centrodestra.
La questione del simbolo
resta inevasa. La sicurezza ostentata dal presidente del Movimento 5Stelle si scontra con una vicenda giudiziaria che non è chiusa. Conte può perdere il simbolo del Movimento 5 Stelle. Fa soltanto molta fatica ad ammetterlo.