Il divieto social per gli adolescenti è un tema urgente. "Bisogna discutere seriamente l'ipotesi di alzare l'età minima di accesso almeno a 16 anni, o quantomeno di introdurre tutele più stringenti per i più giovani. Su questo fronte siamo in ritardo" sostiene Luca Bernardelli, psicologo specializzato in AI.
Perché dice che siamo in ritardo? La legge nasce già vecchia?
"In parte sì. Non si tratta più soltanto di social network. Oggi dobbiamo affrontare anche il tema dei chatbot e di quei giochi online che utilizzano meccaniche assimilabili al gioco d'azzardo, definendo criteri di utilizzo adeguati all'età evolutiva e promuovendo un'educazione al digitale che sia anche psicologica, giuridica ed etica".
Immagino non si riferisca solo al fatto che i ragazzi usano l'IA per non fare i compiti.
"Esatto. Stanno emergendo, per esempio, nuove forme di sofferenza legate all'uso problematico dei chatbot. Recentemente è stato segnalato anche il primo caso clinico di dipendenza comportamentale associata a un utilizzo disfunzionale di una IA".
Quali danni può provocare un uso precoce ed eccessivo dei chatbot?
"Delegare troppo può incidere sulle capacità cognitive, sul senso di autoefficacia e sulla fiducia nelle proprie capacità. Se l'Ia viene usata sistematicamente come sostituto dell'impegno cognitivo, si rischia di esercitare meno competenze fondamentali come la scrittura, la memoria, il ragionamento. Inoltre, un ricorso passivo a questi strumenti può ridurre l'iniziativa personale e il valore attribuito alle relazioni e all'esperienza diretta".
Stesso discorso per i social?
"Ormai lo sappiamo, le piattaforme social sono progettate per trattenere le persone. Negli adulti questo può già comportare costi in termini di tempo, concentrazione e benessere; nei più giovani, il cui pensiero critico e le competenze di regolazione emotiva sono ancora in sviluppo, il rischio è maggiore. L'esposizione non regolata può interferire con il sonno, l'apprendimento, le relazioni in presenza e altre esperienze fondamentali per la crescita."
Come dovrebbe articolarsi la futura legge italiana?
"Guardare alle esperienze internazionali può essere utile, ma divieti ed educazione, da soli, non bastano. I ragazzi non imparano solo da ciò che viene loro proibito o spiegato: crescono attraverso le esperienze che vivono con il corpo e le relazioni.
Un modello interessante è quello islandese, in cui lo Stato ha investito in attività sportive, culturali, artistiche e associative accessibili a tutti, sostenendo economicamente le famiglie e creando occasioni concrete di incontro e appartenenza. La prevenzione è più efficace quando ai limiti si affiancano opportunità reali"