Buon Ferragosto a tutti, anche a chi è rimasto in città come me. Non è un sacrificio: le persiane accostate, il fresco delle stanze, il tempo che finalmente rallenta. È il giorno perfetto per frugare tra i libri, e quest’anno la pesca è stata miracolosa. Mi è tornata tra le mani la prima edizione, 1940, del Marconi nell’intimità e nel lavoro (Mondadori) di Luigi Solari, il compagno di scuola che gli rimase accanto tutta la vita. Non ricordavo nemmeno di possederla. La memoria, alla mia età, funziona come certe radio d’epoca: ogni tanto perde il segnale, poi all’improvviso trasmette benissimo.
Non è un libro imparziale, risente dell’agiografia dell’epoca. Ma è bellissimo, perché è pieno di lettere e appunti di pugno di Marconi: leggerlo è come entrare nel suo studio e trovare l’inchiostro ancora fresco. E la storia che ne esce è la più bella che si possa raccontare sotto l’ombrellone o al fresco di una cucina: quella di un ragazzo che nessuno prendeva sul serio e che aveva ragione lui. Nessuno, dicevo. Quasi nessuno: Solari, che frequentava un’altra classe, fiutò subito che in quel coetaneo bizzarro covava un talento fuori misura. Le loro strade si divisero e si riannodarono per tutta la vita, e finirono tutti e due marchesi. Che gusto imbattersi in due amici per sempre che si danno del lei fino alla fine, con un rispetto e una fiducia totali.
Cominciamo dal principio. Guglielmo non era ingegnere, non era laureato, non era niente. Non si laureò mai, e nemmeno ci teneva. Suo padre lo considerava un buono a nulla, quasi un deficiente: un figlio che invece di studiare da avvocato armeggiava in soffitta con fili e bottiglie. Fu la madre, l’irlandese Annie, a credere in lui e a difenderlo. Le madri, in queste storie, hanno sempre ragione. Poi venne il miracolo di Villa Griffone: il segnale che scavalca la collina dei Celestini, il colpo di fucile del fratello Alfonso dall’altra parte per dire che sì, il messaggio era arrivato. Le onde superavano le montagne. Il ragazzo strambo aveva aperto un mondo nuovo. Quella fucilata annunciava il futuro.
Lui, da bravo italiano, pensò di regalare la scoperta all’Italia. Propose a Roma il telegrafo senza fili. Lo trattarono come si trattano quegli autodidatti che mandano ai ministeri la storia dell’universo in due volumi scritti a mano. Si racconta perfino che sulla sua offerta qualcuno abbia annotato l’indirizzo giusto per il mittente: la Longara, il manicomio. Lui l’universo lo stava davvero aprendo, ma i nostri uffici, allora come oggi, sono più svelti a timbrare dinieghi che brevetti.
Andò in Inghilterra, con la valigia e la ragione. Là lo ascoltarono, lo misero alla prova, gli diedero i soldi, che sono il modo più serio con cui uno Stato dice ti credo. E qui rientra in scena Solari, l’amico: ufficiale di marina, riuscì a farsi mandare a Londra pur di stargli accanto. L’amicizia vera funziona così: uno vede quello che gli altri non vedono, e non lo molla più. Gli inglesi, intanto, facevano a Marconi ponti d’oro perché diventasse suddito di Sua Maestà. Rifiutò sempre. Volle restare italiano, cittadino di un Paese che gli aveva riso in faccia. Provate a trovarla oggi, una testardaggine così.
Tornò a Roma per mostrare la sua creatura. Una prova di trasmissione, una sola, e i soloni sentenziarono che in fondo la scoperta non era granché: lo trattarono come un fenomeno da giostre. Se ne tornò in Inghilterra. Ma anche là cominciarono le gelosie, le cause, gli scettici. E ci si mise pure il cielo: un fortunale abbatté le antenne altissime che stava innalzando in Cornovaglia per il grande salto, oltre l’Oceano con le sue onde elettromagnetiche, impipandosene della curvatura del globo. Non aveva la Nasa ad aiutarlo: fece da solo. Un altro avrebbe mollato. Lui le rialzò, più basse e più furbe, e il 12 dicembre 1901, a Terranova, dall’altra parte dell’Atlantico, sentì nella cuffia tre puntini: la esse dell’alfabeto Morse, partita dall’Europa. Tre puntini. Bastarono quelli. Da quel giorno nessuno rise più.
E quando il Titanic colò a picco, furono le onde di Marconi a chiamare i soccorsi e a salvare oltre settecento superstiti. Lo ricordava con orgoglio anche la sua vedova, come sentirete: senza quel miracolo tecnico, la conta dei vivi sarebbe stata ben diversa. Nel film di Cameron con Di Caprio la radio di bordo si vede, l’italiano che la inventò no. Che ci vuoi fare: non suonava il mandolino. Ecco la lezione che i nostri ragazzi dovrebbero imparare: la tenacia assoluta, la praticità, l’arrivare allo scopo. Non i convegni sul futuro: il futuro fatto in casa.
Poi venne l’Elettra, la nave bianca trasformata in laboratorio galleggiante, la sposa d’acciaio. E venne Fiume: Marconi portò la sua nave davanti alla città di D’Annunzio, e il Vate accolse il mago delle onde come un fratello. Due opposti: uno misurava i volt, l’altro gli aggettivi; uno parlava poco e inventava molto, l’altro parlava moltissimo e con quel fiume di parole inventò comunque un pezzo di Novecento. Si riconobbero senza invidia, cosa rarissima in Italia, dove il collega famoso di solito si perdona soltanto da morto. Il poeta diede al radiotelegrafista la gloria del marmo, il radiotelegrafista diede al poeta una platea grande come il mondo: la voce di Fiume corse sulle onde di Guglielmo. D’Annunzio lo scrisse nella pietra, nell’epigrafe dettata per il mausoleo di Sasso Marconi: «Diede con la sua scoperta il sigillo a un’epoca della storia umana».
Quel mausoleo io l’ho visto. Nel 1987, cronista del Corriere della Sera, cinquant’anni dopo la morte, feci il pellegrinaggio nel luogo del miracolo prima di scendere a Roma. Accanto al sepolcro trovai una bancarella di angurie. Chiesi al cocomeraio se i visitatori fossero tanti. Macché, mi rispose, pochissimi, un pullman ogni tanto, se va bene. Non mi arrabbiai nemmeno: a Ferragosto anche la smemoratezza nazionale va presa con dolcezza, come la frutta di stagione. A proposito: dopo Bologna l’Autosole sale l’Appennino, c’è il cartello Sasso Marconi. Indifferenza, ignoranza. Si chiamasse Sasso Einstein venderebbero i poster, le medaglie e i cappellini. Povera Italia, eppure bella: potrebbe migliorare.
A Roma, in via Condotti, abitava l’ultima testimone: la vedova, Maria Cristina, anziana e lucidissima. Chiesi di intervistarla, rifiutò con cortesia stentorea. Un cronista non si offende davanti a un no: lo aggira. Usai un vecchio trucco collaudato da Luigi Barzini senior e le mandai dei fiori, ringraziandola nel biglietto non per ciò che avrebbe potuto dirmi, ma per il no che mi aveva concesso. Funzionò: mi invitò a casa. Le buone maniere aprono più porte di mille tessere. Mi raccontò il marito con una frase che valeva il viaggio: «Nei momenti fondamentali c’ero sempre vicina. Quando nel golfo del Tigullio affrontò la navigazione cieca col radiogoniometro da lui creato. Attraversammo l’Atlantico 84 volte, perché solo in crociera poteva mettere a punto i suoi lavori. Il destino ci ha regalato dieci anni di unione, ma così intensi da valere un’esistenza». Ottantaquattro traversate, non per la tintarella: per perfezionare un’antenna. E negli ultimi anni cercava perfino, con le microonde, una strada per guarire il cancro: per lui la conoscenza era un mistero mai finito. E quella donna antica e profumata pronunciava davanti a me la parola destino senza retorica, parlando del suo uomo che aveva trasformato la nave di lusso in laboratorio. Un matrimonio che assomigliava a un esperimento riuscito, cosa più rara in amore che in chimica. Si chiamano ricordi.
La morale di questo Ferragosto è dolce e amara come il caffè della moka. Il figlio che il padre riteneva un deficiente ha regalato al mondo le onde che oggi portano le nostre telefonate, i soccorsi in mare, perfino le sciocchezze che ci scambiamo sotto l’ombrellone. L’Italia lo derise due volte, e lui per tutta risposta rimase italiano fino all’ultimo. Questa è la vendetta dei grandi: amare un Paese che tarda a meritarli. A noi tocca il compito più facile e più bello: ricordarli, e magari raccontarli ai nipoti mentre si affetta il cocomero.
Io l’ho fatto stamattina, con le persiane accostate e un libro del 1940 tra le mani, e vi assicuro che è la migliore compagnia di questo Ferragosto. E se le vacanze vi portano dalle parti di Sasso Marconi, fermatevi al mausoleo. Comprate pure un’anguria: stavolta, però, prima leggete l’epigrafe.
