Tutto si è svolto alle spalle dell'allora premier Giuseppe Conte (foto). È questa la linea difensiva che il leader dei Cinque stelle ha adottato (e probabilmente assumerà in commissione Covid durante l'audizione) sullo scandalo dei 25 miliardi di euro bruciati per la pandemia. Funzionari della Dogana entravano e uscivano da Palazzo Chigi, dirigenti dell'Intelligence organizzavano incontri nello studio Alpa (nel quale ha lavorato Conte fino al 2018), il commissario Domenico Arcuri acquistava 800 milioni di mascherine per 1,2 miliardi di euro, pagando 223 milioni di euro di commissioni. Di tutto ciò Conte non ha mai saputo nulla. È il 5 maggio 2020, l'Italia ha superato la prima ondata della pandemia, quando Enrico Tedeschi, un pezzo da novanta dei Servizi Segreti italiani, non l'ultimo sconosciuto agente, varca il portone d'ingresso dello studio di Guido Alpa in piazza Cairoli a Roma per incontrare mediatori e fornitori. Due premesse sull'incontro del 5 maggio 2020, agli atti dell'inchiesta della Procura di Roma. Il primo riguarda il luogo dell'incontro: lo studio Alpa che è lo studio nel quale ha lavorato Giuseppe Conte fino al 2018, Alpa è considerato il mentore del capo dei Cinque stelle. Il secondo è sulla figura di Tedeschi: è il braccio destro di Luciano Carta, all'epoca direttore dell'Aise voluto proprio da Conte. È accaduto che un dirigente di primo piano dell'Intelligence italiana, in un momento delicato per il Paese, ha incontrato nello studio Alpa l'avvocato Luca Di Donna, avvocato e collega di Conte, un imprenditore Sergio Buoni, disponibile a fornire mascherine. È lo stesso Tedeschi che racconterà a dicembre 2020 al pm Paolo Ielo i dettagli dell'incontro, al quale partecipano anche altri due imprenditori specializzati nella sanificazione. Si discute di commesse e mediazioni. Ma di quell'incontro Conte, che deteneva la delega ai Servizi servizi, non ne sa nulla. Figuriamoci se è a conoscenza dei tre incontri tra Luca Di Donna (suo collega ma non socio di studio) con Dario Bianchi per trattare una commissione del 10% sulle forniture di mascherine avvenuti agli inizi di maggio 2020. Il "non so" di Conte si ripete in altre 5 circostanze. Forse il più clamoroso è sulla maxi commessa da 1,2 miliardi di euro per comprare mascherine cinesi bloccate poi dalla Gdf perché inidonee. Conte negli stessi giorni si occupava di un piccolo carico di mascherine in Bulgaria ma non sapeva nulla del più grande appalto della seconda Repubblica. Eppure, quei soldi usati dal commissario Arcuri (un miliardo circa) arrivavano direttamente dal fondo per le emergenze gestito da Palazzo Chigi. Il 7 aprile 2020 un funzionario della Dogana, Miguel Martina, allerta i suoi superiori sul rischio che le mascherine sdoganate non fossero idonee. A quel tempo, al vertice delle Dogane c'è Marcello Minenna, nominato dal governo Conte ed ex assessore grillino della giunta Raggi. Ma nessuno dalla Dogana informerà Palazzo Chigi. Conte di tutto ciò dice di non sapere nulla. C'è un altro passaggio importante: l'11 maggio lo stesso funzionario (Miguel Martina) spedisce un messaggio all'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, che ha l'ufficio a due passi da quello di Conte, sui traffici strani sulle mascherine alla Dogana. Ma anche di questo alert, Conte non sa nulla.
Inutile, quanto banale, dire che Conte non sappia nulla nemmeno dei colloqui tra Alpa (suo maestro) e Luca Di Donna (quello delle commissioni del 10% sulle mascherine) del 2 aprile 2021. I due parlano di come dare una mano allo stesso Conte a organizzare il partito. Conte? All'oscuro.