Dalle promesse al disastro Brasile in piazza contro Dilma

Quasi 300 manifestazioni in tutto il Paese per ottenere le dimissioni della presidente Rousseff. Oltre la propaganda, ha gettato la popolazione in una crisi sempre più grave

San Paolo«Liberté, Egalité, Fraternité … Fora Pt!». Se un premio alla creatività deve esser dato ai tanti slogan lanciati nelle manifestazioni di piazza che ieri hanno mobilitato ben 290 atti di protesta contro il governo della presidente Dilma Rousseff nelle principali città del Paese del samba, forse questo che ha spopolato anche su Twitter si merita la medaglia d'oro. Di certo c'è che era dai Mondiali di due anni fa quando scesero anche allora in milioni in piazza, che non si vedevano tanti brasiliani infuriati contro chi li governa. E disposti, presto, a tornarci in strada pur di farla finita con quest'annus horribilis in cui tutte le promesse fatte dell'ex guerrigliera nella discussa campagna elettorale dello scorso anno sono state non solo clamorosamente smentite ma, anzi, il governo targato Pt - il Partito dei Lavoratori fondato da Lula e targato Dilma che i manifestanti di ieri vorrebbero «far fuori» – ha fatto esattamente il contrario. «Il Brasile continuerà a crescere» dicevano la Rousseff e i suoi compagni con la convinzione e la sicumera di chi la sa lunga e, invece, le ultime previsioni della banca Itaù – l'unica grande banca non appiattita sulle posizioni del Pt e, dunque, affidabile – prevedono per quest'anno un crollo del Pil pari al 2,5%, un disastro per una nazione emergente che solo 4 anni fa aveva superato la Gran Bretagna come prodotto interno lordo mentre oggi, al cambio attuale del real - udite udite – è stata riscavalcata nella classifica delle economie globali persino dal nostro Paese.

«Non alzeremo mai i tassi d'interesse per favorire le grandi banche come, invece, farebbe l'opposizione se vincesse», avevano dichiarato la Rousseff e il gotha del Pt meno di 10 mesi fa. E, invece, di aumenti consecutivi la Banca Centrale brasiliana dall'inizio del secondo mandato di Dilma, il primo gennaio di quest'anno, i tassi li ha aumentati non una ma addirittura sei volte di fila. Un record al pari dell'inflazione che oramai sfiora la doppia cifra (il 10%) e la disoccupazione che nella grande San Paolo, la zona più industrializzata del Brasile con il suo celeberrimo ABCD che ospita tutte le principali multinazionali dell'auto che stanno licenziando via telegramma a go-go, viaggia ormai stabile sopra il 13%.

Dimenticavamo che Dilma aveva anche detto pochi mesi fa che «nessuno avrebbe perso il posto di lavoro», che «l'inflazione sarebbe stata controllata al di sotto del 5-6%» e che il Brasile avrebbe puntato tutto sulla «formazione», trasformando la sua in una «patria educatrice». Parole, parole, solo parole se è vero che ad oggi – dopo 13 anni di presidenze del Pt (Lula dal 2003 al 2010, lei dal 2011 ad oggi) il 35% delle scuole pubbliche verde-oro non ha né fognature né acqua potabile. Se a ciò si aggiunge che da oltre un anno l'operazione Lava Jato, una sorta di Mani Pulite moltiplicata per 100 per i valori delle tangenti pagate, ha fatto finire in carcere l'ultimo tesoriere del Pt, Joao Vaccari Neto, nonché il braccio destro di Lula, l'ex guerrigliero Zé Dirceu, oltre ai principali imprenditori dei settori costruzioni, ingegneria ed opere pubbliche brasiliane ed a molti direttori dell'ex gioiello Petrobras, ben si capisce perché l'ultimo sondaggio dia il gradimento popolare della presidente Rousseff sotto il 7%. Un record negativo che neanche l'unico presidente della storia brasiliana mai stato costretto a dimettersi – Collor de Mello, manco a dirlo oggi un alleato del Pt, assieme al «boss» del Maranhao José Sarney – era arrivato a tanto. Collor fu costretto ad andarsene non tanto per l'impeachment contro di lui del Parlamento brasiliano ma per manifestazioni di piazza oceaniche, proprio come quelle di ieri contro Dilma che, però, non ha nessuna intenzione di dimettersi. Per ora.

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