di Annalisa Imparato*
L'archiviazione delle accuse a Silvio Berlusconi nell'inchiesta fiorentina sulle stragi del 1993 ha un sapore dolceamaro. Hanno colpito profondamente le parole pronunciate da Marina Berlusconi che hanno fatto emergere tutto il dolore familiare e personale per le numerose vicende che hanno interessato Silvio Berlusconi non come imprenditore, non come presidente del Consiglio, ma come padre, come nonno, come uomo. Un verdetto pronunciato quando, oramai, il diretto interessato non ha potuto più ascoltarlo. Spesso il pubblico non reputa umani i volti noti, quasi come se nei confronti di costoro fosse concesso tutto, in fondo in fondo è giusto che paghino per il prezzo del successo, perché ce l'hanno fatta insomma. L'Italia, soltanto oggi, dopo le parole pronunciate dal Presidente di Finivest, Marina Berlusconi, dopo 40 anni di processi, 13 assoluzioni, 10 archiviazioni, 8 prescrizioni, 2 amnistie, scopre che queste vicende avevano distrutto la vita privata e familiare del Cavaliere, e riflette, forse, su cosa il tutto abbia significato. Analizzando la storia postuma di Berlusconi viene fuori un'analisi chiara, un accanimento sociale prima ancora di tutto il resto. Se alcune figure non avessero iniziato il tentativo dell'opera di demolizione di Berlusconi, come imprenditore e come uomo, gli stessi ad oggi, verosimilmente, non ricoprirebbero ruoli dirigenziali pubblici, la direzione di testate giornalistiche, scritto libri e vissuto di questo. Forse chi nella vita non riesce a costruire ha la necessità di demolire o cercare di demolire, perché in fondo in fondo, ci portiamo dietro l'idea che se qualcuno ce l'ha fatta, qualcosa deve aver combinato. Quindi dopo sei archiviazioni, soltanto oggi, dopo cinque mesi dal deposito del provvedimento, anche l'altra parte dell'Italia è giudiziariamente certa, forse questa volta veramente definitivamente, che Berlusconi e mafia nella stessa frase non c'entrano niente.
*Sostituto Procuratore
Tribunale Santa Maria
Capua Vetere