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Il dilemma del 4 luglio. Il punto di caduta ora sono le celebrazioni Usa

Il viceministro Cirielli: "Senza scuse, io non andrò". Farnesina prudente. E pure la Lega predica calma

Il dilemma del 4 luglio. Il punto di caduta ora sono le celebrazioni Usa
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Due appuntamenti a stretto giro tra Italia e Usa: le celebrazioni a Roma per l'Independence Day fissate il 2 luglio prossimo e l'incontro a Miami tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani (nella foto) il segretario di Stato Marco Rubio previsto per oggi. La linea del governo Meloni è quella di disertare entrambe le occasioni di incontro tra le due Nazioni dopo l'attacco del presidente Usa Donald Trump contro la premier italiana Giorgia Meloni. Venerdì scorso, in un'intervista telefonica con l'Aria che tira su La 7 il Tycoon ha attaccato frontalmente la presidente del Consiglio: "Giorgia Meloni mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L'avrei anche non fatto mi ha fatto pena", ha detto riferendosi all'incontro del G7 in Francia. La tensione tra Meloni e Trump è risalita ieri, a colpi di accuse via social. "Le relazioni tra Italia e Stati Uniti sono al minimo storico difficile immaginare il futuro", fa filtrare l'entourage meloniano.

Dalla Farnesina non trapela molto. Lo staff del ministro Tajani (nella foto) è chiuso in religioso silenzio. C'è incertezza. Al Giornale lo staff non conferma se Tajani andrà alla cerimonia del 2 luglio nei giardini di Villa Taverna all'Ambasciata americana in Italia.

Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli contattato telefonicamente dal Giornale non si tira indietro: "Sinceramente non sono al corrente di alcuna decisione ufficiale da parte del governo Meloni e non so neanche se ci sarà una decisione ufficiale. Però io sul piano personale senza scuse ufficiali non mi sento di andare e non ci andrò". La Lega frena la linea del muro contro muro: "Una buona idea potrebbe essere evitare il boicottaggio della festa dell'ambasciata Usa" auspica il senatore Claudio Borghi. Anche il vicepremier Matteo Salvini butta acqua sul fuoco: "È chiaro che sono parole gratuite, inutili e sgradevoli, però non c'è una guerra fra Italia e Stati Uniti". Lo stesso Cirielli nelle ore successive al botta e risposta tra Trump e Meloni è stato netto: "È un'offesa grave all'Italia, alla stessa America e alla Storia comune delle nostre due Nazioni. Fa male soprattutto e proprio perché noi italiani non potremmo mai dimenticare quanto bene ci abbiano fatto gli Usa negli ultimi 80 anni".

Ma la posizione ufficiale della Farnesina, chiaramente, è improntata alla massima cautela. Il dossier Trump-Meloni è una questione dell'intero governo e non è un caso che sia stato il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari a parlare in tv (nel programma di Nicola Porro) nella fase calda dello scontro. La linea è quella di distinguo e posture morbide. Si ribatte colpo su colpo. La parola d'ordine è: "Siamo alleati, non sudditi".

All'orizzonte c'è pure il vertice Nato ad Ankara del 7 e 8 luglio. Sarà la prima occasione per il faccia e faccia tra Meloni e Trump. Eppure, da Palazzo Chigi non sono ottimisti: "Trump attaccherà tutti, e ora che gli iraniani hanno richiuso Hormuz lui si infurierà di più e si sfogherà contro alleati occidentali" riferiscono fonti del governo al Giornale.

Per ora l'esecutivo mantiene la linea della fermezza. Non c'è sul tavolo alcuna intenzione, senza una marcia indietro di Trump, di aprire un canale per il disgelo.

In Fratelli d'Italia si fa una valutazione politica: "La sinistra accusa Meloni di essere subalterna a Trump, mentre Trump le imputa esattamente il contrario. La contraddizione rivela una realtà semplice: Meloni agisce in autonomia, scegliendo di volta in volta la posizione che ritiene più coerente con gli interessi dell'Italia, senza preoccuparsi di scontentare nessuno".

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