Erdogan ora mette il bavaglio anche ai social media

Imposta l'apertura di uffici in Turchia e sanzioni a chi rifiuta di seguire le direttive del governo

Un nuovo giro di vite contro la libertà di espressione in Turchia. Ieri il parlamento turco ha approvato una legge che conferisce al governo maggiori poteri per regolare i contenuti dei social media, uno dei pochi spazi rimasti per il dibattito pubblico nel Paese. Ora saranno limitati dal controllo dell'esecutivo. Il disegno di legge ordina alle piattaforme dei social media con oltre un milione di utenti giornalieri - come Facebook, Twitter e YouTube - di aprire uffici in Turchia e impone rigide sanzioni se le società si rifiuteranno di seguire le direttive del governo sulla rimozione dei contenuti considerati offensivi. È previsto anche il rallentamento della larghezza di banda dei siti fino al 90 per cento, il che li renderà di fatto inaccessibili. E le società hanno 48 ore di tempo per conformarsi alle disposizioni del governo oppure rischiano multe di oltre 700 mila dollari.

La nuova legge dovrebbe entrare in vigore il 1° ottobre e imporrà anche alle società di social media di archiviare i dati degli utenti all'interno della Turchia, sollevando gravi preoccupazioni sulla privacy. La maggior parte dei media tradizionali - circa il 90 per cento - è sotto il controllo del governo, perciò i turchi sono passati al Web per esprimere voci critiche e notizie indipendenti. Molti turchi sono già stati accusati di aver offeso il presidente Recep Tayyip Erdogan o i suoi ministri, o di aver criticato le incursioni militari in altri Paesi e la gestione del coronavirus. Prima del passaggio del disegno di legge, un portavoce dell'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha detto allarmato che il progetto di legge «fornirebbe allo Stato potenti strumenti per affermare un controllo ancora maggiore sul panorama dei media».

Erdogan, il governo e l'Akp, il suo partito, sostengono che la misura era necessaria per proteggere i cittadini «dall'immoralità», dal crimine informatico e dalle calunnie. Tuttavia sono molte le voci di dissenso sul provvedimento. «Questa legge segna una nuova era oscura della censura online», ha dichiarato Tom Porteous, vicedirettore del programma di Human Rights Watch. Centinaia di giornalisti sono stati incarcerati o sono fuggiti dal paese per paura in questi anni. Erdogan è onnipresente in tivù e radio e sembra convinto della sua decisione. «Non permetteremo a questa nazione di essere divorata da YouTube, Facebook o altro», ha affermato. «Adotteremo tutte le misure necessarie». Ma anche il governo ha usato i social per far propaganda. I troll di Internet fedeli al presidente hanno attaccato chiunque fosse critico con il governo.

Ma questo è solo l'ultimo passo della repressione della libertà di espressione in Turchia. Anche senza la nuova legge, Ankara ha bloccato l'accesso a oltre 400 mila siti web nel 2019. Secondo Yaman Akdeniz, la cui organizzazione, la Freedom of Expression Association, compila un rapporto annuale l'anno scorso sono stati bloccati più di 130 mila indirizzi web, 40 mila post su Twitter sono stati eliminati, 10 mila video di YouTube rimossi, e 6.200 post di Facebook cancellati. E ha anche avvertito: «Queste misure avranno un effetto agghiacciante sugli utenti dei social media turchi, le persone avranno paura di usare queste piattaforme perché le autorità turche avranno accesso ai dati degli utenti. Questa è una chiara violazione del diritto alla libertà di espressione online e contravviene agli standard internazionali sui diritti umani», ha invece sottolineato Andrew Gardner di Amnesty International.

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