Askatasuna è solo un "luogo di aggregazione", al massimo un "collettivo politico". Certo, dicono non un'associazione a delinquere. La difesa degli antagonisti torinesi tenta la carta della minimizzazione. Ieri, all'udienza estiva del processo d'appello, sono stati ascoltati quattro testimoni, tutti della difesa. La tesi del quartetto è condivisa: i soldi delle serate non sono mai serviti per azioni violente o per sostenere la gerarchia. Lorenzo Avellino, oggi professore a contratto a Ginevra, ha gestito la cassa di "Aska" per qualche mese del 2017. "C'erano pochissimi soldi - ha detto - perché i prezzi erano bassi...per i pennelli e le tinture per gli striscioni bisognava contare i centesimi". E l'incasso serviva al riacquisto di "bevande" o al massimo per il "materiale dell' attività politica". Forse in quei mesi del 2017 non c'è stata necessità di procurare "fionde, frombole, tubi di lancio per razzi..." e grandi "armi da lancio artigianale", come si legge nelle carte della Procura che elencano l'arsenale di "Aska". E ancora: "Bulloni d'acciaio, bombe carte esplose e i frammenti di ordigni...costruiti collegando alle bombe carta, con del nastro isolante, bombolette metalliche di gas e bulloni, al fine di aumentarne la potenzialità e la micidialità". L'elenco, che riguarda i tanti episodi di violenza su cui gli inquirenti hanno indagato negli anni, è lungo. Per scatenare l'inferno a Torino lo scorso 31 gennaio, ancora, "Aska" ha usato petardi, bombe carta, bottiglie, martelli sedie, scudi metallici e bastoni. Prima della manifestazione resa nota dall'aggressione subita da un poliziotto, le forze dell'ordine avevano sequestrato anche un gran quantitativo di coltelli e passamontagna.
Insomma, se "Aska" ha un'idea piuttosto originale di "collettivo politico". Il processo d'appello ruota anche attorno alla questione della "gerarchia". Per la procura, esistono pochi dubbi: al vertice c'è Giorgio Rossetto, che nelle intercettazioni i militanti di "Aska" chiamano "Wallace" o "comandante". L'ideologo sarebbe invece Guido Borio, settantenne ed ex militante dei Nuclei comunisti territoriali. Poi gli altri, tra cui Mattia Marzuoli, Andrea Bonadonna, Dana Lauriola e così via: personaggi che, per l'accusa, non ricoprono il ruolo di semplici militanti. Quando la Procura ha domandato come mai Rossetto in un'intercettazione venisse definito "comandante", la risposta è stata netta: "Solo un'ironia". Burle, quindi, che durano dal 1996, dall'occupazione dell'edificio del Comune in corso Regina Margherita. Ieri "Aska" è tornata ad agire sul piano politico. In un lungo comunicato, gli antagonisti hanno attaccato la premier Giorgia Meloni e il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, che hanno sgomberato il centro sociale a dicembre del 2025.
"La militarizzazione è un'arma a doppio taglio per lo Stato", hanno scritto, dopo aver denunciato la spesa di quasi 6milioni. Quella è la cifra che sarebbe servita a "militarizzare" il centro sociale torinese.Nessun accenno, invece, ai danni arrecati ai cittadini e all'Italia in trent'anni di devastazioni, tra città e cantiere del Tav.