Cercare di ammazzare la pace. E farlo finché è nella culla. È il principale obbiettivo dei suoi avversari. Che sono anche i più risoluti nemici. Capire chi siano non è difficile. In prima fila sul fronte israeliano c'è il premier Benjamin Netanyahu. Per lui la guerra alla Repubblica Islamica e a Hezbollah, sua filiazione libanese, è - politicamente - questione di vita e morte. Se si presenterà alle elezioni del prossimo autunno senza aver riportato a casa gli oltre 60mila israeliani evacuati dalle regioni settentrionali bersagliate dai missili del Partito di Dio la sua carriera sarà finita. E con essa anche quell'immunità che l'ha messo al riparo dai giudici. Dunque rimandare la firma del memorandum d'intesa che promette di portare l'alleato americano alla pace con l'Iran è il suo principale obiettivo. Proprio per questo i tre droni di Hezbollah caduti sul Nord d'Israele sono diventati, ieri, il pretesto per ordinare un raid aereo sui sobborghi meridionali di Beirut e far fuori un comandante di Hezbollah. Ma i raid sulla capitale libanese sono anche quelli che l'Iran si è impegnato a vendicare a colpi di missili balistici.
Ed ecco dunque il rischio che una nuova serie di rappresaglie reciproche faccia saltare la firma del memorandum d'intesa. Rischio ben chiaro agli occhi di Donald Trump che ieri ammoniva per l'ennesima volta sia Netanyahu sia gli iraniani. Mettendoli quasi allo stesso livello. "Non devono più verificarsi attacchi da parte di Israele in alcun punto del Libano... non devono esserci ulteriori attacchi contro Israele" scriveva su Truth invitando a non vanificare il possibile inizio "di una pace lunga e meravigliosa". Salvo poi sfogarsi con Axios: "Ha scombussolato tutto. Ha ritardato la firma, doveva avvenire ora. Perché Bibi ha dovuto fare un fottuto attacco? Ero furioso. Gliel'ho fatto sapere. Non ha un cazzo di giudizio. Gliel'ho fatto sapere".
Del resto anche sul fronte della Repubblica Islamica c'è chi - come Netanyahu - non vede l'ora di far saltare il negoziato intessuto dai negoziatori americani e iraniani assieme ai mediatori pakistani e qatarioti. Anche qui non è difficile capire di chi si tratti. Dietro le quinte della trattativa condotta dal ministro degli esteri Seyed Araghchi e appoggiata dal presidente Masoud Pezeshkian si nascondono i veri uomini forti del regime. Tra questi il più forte è sicuramente Ahmad Vahidi, ovvero quel comandante dei Guardiani della Rivoluzione che per primo ha annunciato la decisione di rispondere con i missili balistici agli eventuali raid israeliani sulle roccaforti di Hezbollah nel Sud di Beirut. Dietro i diktat di Vahidi si nascondono almeno due ragioni. La prima è che Hezbollah è una sua creatura. Fu lui infatti - nominato nel 1982, a soli 23 anni, capo dell'intelligence di Khomeini - a raggiungere il Libano per fondare il partito di Dio. La seconda ragione è analoga a quella di Netanyahu. Per il capo dei pasdaran è essenziale continuare una guerra capace di garantire ai suoi uomini un ruolo di punta nella strategia del Paese e bloccare una pace che inevitabilmente richiederebbe compromessi per rimettere in sesto la moribonda economia del paese. Non a caso ogni qualvolta il presidente Pezeshkian ha invocato un'intesa con gli Stati Uniti, indispensabile per salvare il Paese dalla crisi che sta portando al collasso l'economia e alla miseria i cittadini, Vahidi è tra i primi a mettere la sordina al presidente. Anche ieri Pezeshkian ha fatto chiaramente capire che l'eventuale firma dell'intesa con gli Usa dipende non da lui, ma dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e dalla Guida Suprema Mojataba Khamenei.
Ma la Guida Suprema è un invisibile ectoplasma mentre il Consiglio di Sicurezza Nazionale guidato dall'ex pasdaran Mohammad Bagher Ghalibaf è un'istituzione fantoccio nelle mani dei Guardiani della Rivoluzione. E a decidere tutto è solo il partito della guerra.