"Nessuno dovrebbe credere a ciò che i media statali iraniani diffondono. I FATTI CONTANO". Così ieri la Casa Bianca ha smentito, anche se con un po' di ritardo, la presunta bozza del memorandum d'intesa diffuso dalla televisione iraniana che sembrava delineare una sorta di genuflessione statunitense ai voleri di Teheran. A sentir l'emittente della Repubblica Islamica, gli americani si sarebbero detti pronti a ritirare la Marina dallo Stretto di Hormuz, affidare la gestione dello stesso a Teheran e mettere fine sia alle sanzioni sia al blocco dei porti iraniani. Rinunciando, peraltro, a pretendere la consegna dei 440 chili di uranio arricchito al 60% sepolti nei dintorni di Isfahan. E senza porre alcuna condizione sul futuro del nucleare iraniano. Insomma un vero e proprio capovolgimento dei ruoli in cui la potenza americana rinunciava al ruolo d'indiscusso vincitore e concedeva al nemico il privilegio, mai goduto prima del 28 febbraio, di riscuotere un pedaggio dalle navi commerciali in transito da Hormuz. Il tutto sotto la supervisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiamato a ratificare il presunto memorandum d'intesa con una risoluzione votata 60 giorni dopo la firma.
Aldilà dell'evidente ribaltamento dei ruoli, la falsa notizia diffusa dagli iraniani conteneva un elemento strategicamente devastante. Se accettata in quei termini, l'abdicazione degli Stati Uniti avrebbe comportato la cancellazione del principio, sancito dalle Nazioni Unite, in base al quale nessuna nazione può imporre tasse di passaggio sugli stretti. Con l'unica eccezione di Suez e Panama, dove le navi sfruttano opere d'ingegneria e investimenti pagati da una o più nazioni. Insomma, se fosse andata come la raccontano gli iraniani tra un po' Singapore, Malesia e Indonesia avrebbero potuto mettersi d'accordo per far pagare ai mercantili l'attraversamento dello Stretto di Malacca. E lo stesso avrebbe potuto fare la Turchia con i Dardanelli e - Houthi permettendo - lo Yemen e Gibuti con lo stretto di Bab El Mandab. La rinuncia americana avrebbe innescato, insomma, uno sconvolgimento dei commerci e delle regole internazionali regalando alla Cina, ormai saldo alleato dell'Iran, la possibilità di approfittare dell'assenza di regole per ribadire il proprio controllo sugli isolotti e sugli atolli artificiali creati nel Pacifico.
La smentita americana, pur annullando le conseguenze più devastanti, dimostra però quanto sia complesso trattare con il regime iraniano. Un regime abilissimo nel trasformare il negoziato in una tela di Penelope e tenervi prigioniero un Donald Trump pronto quasi a tutto pur di firmare una pace capace di restituirgli consensi sul piano interno.
Ma dietro la sottile guerra di propaganda condotta dal regime di Teheran si nasconde un rischio ancor peggiore. L'inconcludente trattativa iraniana potrebbe celare la volontà di portare all'esasperazione l'Amministrazione Trump, inducendola a mettere a segno nuovi attacchi. E questo nella consapevolezza che il nuovo affondo non basterebbe comunque ad affondare il regime mentre aumenterebbe le difficoltà interne e internazionali degli Usa. Anche perché la rappresaglia iraniana continuerebbe a colpire le monarchie sunnite, colpevoli di fornire le proprie basi militari a Washington.
Un contesto di guerra permanente a cui il regime abituato a spegnere nel sangue la minima protesta, potrebbe ancora una volta sopravvivere. Mentre America, Europa e Paesi arabi alleati di Washington verrebbero trascinati in una crisi economica globale.