Gentile direttore Feltri,
ho letto che al Roma Pride è stata esclusa l'associazione ebraica Lgbtq+ Keshet Italia per il mancato allineamento alle posizioni del movimento sul conflitto a Gaza. Le confesso che faccio fatica persino a comprendere ciò che leggo. Possibile che oggi persino i gay debbano essere sottoposti a un test ideologico per poter partecipare a una manifestazione che dovrebbe parlare di inclusione, libertà e diritti? Possibile che si venga discriminati non per ciò che si è, ma perché ebrei o semplicemente non abbastanza ostili a Israele?
Mi sembra un cortocircuito mostruoso e un antisemitismo sempre più esplicito, mascherato da attivismo. Lei cosa ne pensa?
Federico Ferri
Caro Federico,
penso che siamo ormai oltre il ridicolo e perfino oltre l'ipocrisia. Siamo arrivati al punto in cui coloro che predicano inclusione, uguaglianza, diritti universali, tolleranza e accoglienza si scoprono improvvisamente intolleranti, discriminatori ed escludenti non appena compare la parola ebreo. È il grande paradosso del nostro tempo. Anzi, la sua mostruosa degenerazione. Per anni ci hanno spiegato che il Pride rappresentava la lotta contro ogni discriminazione. Bene. Oggi scopriamo che si può essere discriminati anche all'interno del Pride stesso, purché si appartenga alla categoria ormai diventata scomoda dell'Occidente progressista: gli ebrei. Essere gay va bene, ma fino a un certo punto. Se sei ebreo, improvvisamente non va più bene. Se sei ebreo e non rinneghi Israele inginocchiandoti davanti al tribunale morale dell'attivismo contemporaneo, vieni escluso, allontanato, marchiato come indesiderabile. Mi domando: cosa c'entra l'orientamento sessuale con Netanyahu? Cosa c'entra il Gay Pride con la politica estera israeliana? Cosa c'entra la partecipazione di un'associazione ebraica Lgbtq+ con le operazioni militari a Gaza? Nulla. Assolutamente nulla. Eppure oggi l'ebreo deve continuamente giustificarsi, prendere le distanze, abiurare, dissociarsi, quasi chiedere perdono per esistere.
Ed è qui che il progressismo mostra il suo vero volto. Un volto feroce, settario, ideologico. Un volto che divide gli esseri umani in buoni e cattivi sulla base dell'appartenenza politica e identitaria. Il Pride non è più una manifestazione per la libertà individuale. È diventato un rito ideologico in cui puoi entrare solo se professi il credo corretto. Non basta essere omosessuali. Devi anche pensare nel modo giusto, parlare nel modo giusto, odiare le persone giuste, ossia quelle che è giusto odiare. Trovo gravissimo che questo antisemitismo venga ormai esercitato in maniera così sfacciata e perfino rivendicata moralmente. Perché è questo il punto più inquietante: non si vergognano più. Anzi, si sentono virtuosi. Escludere gli ebrei oggi viene considerato progressista. È una follia storica e morale che dovrebbe terrorizzare chiunque abbia ancora memoria del Novecento.
La verità è che certa sinistra occidentale ha sostituito la lotta per i diritti con una religione ideologica fondata sull'odio verso l'Occidente stesso. E Israele, essendo l'avamposto occidentale in Medio oriente, essendo una democrazia, essendo uno Stato forte, è diventato il bersaglio perfetto. Poco importa che Hamas perseguiti gli omosessuali, li incarceri, li torturi, li uccida. Poco importa che nei territori controllati dagli islamisti un Gay Pride sarebbe semplicemente impossibile. No: il nemico resta Israele.
E chiunque non si adegui a questa narrativa viene espulso dalla comunità dei buoni.Stiamo parlando di fanatismo. E il fanatismo, qualunque colore abbia, finisce sempre nello stesso modo: con la discriminazione, con l'intolleranza e con l'odio.