Sarà anche vero che "Maga sono io", come ha ricordato Donald Trump qualche tempo fa a chi, dall'interno del movimento, gli rinfacciava di avere violato con la guerra contro l'Iran il principio dell'America First. E sarà anche vero che il presidente ha finora dimostrato, in questa stagione di primarie, di avere una presa ferrea sulla base del Partito repubblicano. Eppure, il Memorandum d'Intesa con Teheran non ha fatto che riacuire le ferite che si erano aperte il 28 febbraio scorso, con i primi bombardamenti di Usa e Israele contro la Repubblica Islamica. Ma se prima le voci dissonanti erano quelle di commentatori come Tucker Carlson o di ex pasionarie trumpiane come l'ex deputata Marjorie Taylor Greene, che accusavano il presidente di essere andato al rimorchio di Benjamin Netanyahu, trascurando la promessa di non impegnare più l'America in guerre "infinite", lontane dai propri interessi, ora le critiche vengono dai "falchi" anti Iran e dall'ala conservatrice vicina a Israele. Tra i tanti, l'opinionista di Fox News, Marc Thiessen, che ha definito "un disastro" l'ipotesi di un fondo per la ricostruzione dell'Iran da 300 miliardi di dollari. Equivarrebbe all'avere garantito un Piano Marshall alla Germania "mentre i nazisti erano ancora al potere", ha detto. "Spero davvero di avere capito o sentito male", ha commentato un altro volto di Fox News, Mark Levin.
Ad alimentare lo scetticismo, la ridda di indiscrezioni sul testo del memorandum, che si sono diffuse dopo l'annuncio dell'accordo. Così come i continui stop and go dell'Amministrazione Usa nell'indicare la data ufficiale della firma. Questo, mentre Trump, dal G7 in Francia, definiva la "nuova" leadership iraniana come "persone molto razionali con le quali è piacevole trattare", perché "non sono radicali". Fino al punto da spingersi: "A Teheran c'è stato un cambio di regime". Un modo, secondo molti, per vendere l'accordo agli americani, dopo che all'inizio della guerra il tycoon aveva chiesto la "capitolazione totale" degli ayatollah e esortato gli iraniani a "rovesciare il governo". Fatto sta che le pressioni politiche sono divenute tali, che ieri è prima circolata l'ipotesi che la firma del memorandum potesse essere anticipata. Poi, a sorpresa, mentre il presidente parlava in conferenza stampa al termine del vertice di Evian, la Casa Bianca diffondeva il testo ufficiale dell'accordo. "Non volevo assistere a una catastrofe economica e fare la fine di Herbert Hoover", ha detto Trump ai giornalisti, di fatto rivelando il perché della fretta nel chiudere l'avventura militare in Medioriente. Hoover, per chi non lo ricorda, è il presidente che portò gli Usa alla Grande Depressione. La firma sarà domani. Per gli Usa, sarà quella di JD Vance. "Se le cose andranno bene, lei potrà rivendicare di essere un genio. Se andranno male, potrà dire che è colpa del vicepresidente", ha scherzato un giornalista. "È un'ottima idea", ha risposto Trump ridendo.
Il giorno prima, il senatore repubblicano Lindsey Graham, deciso sostenitore della guerra e critico delle bozze che circolavano, aveva definito Vance "l'architetto dell'accordo" e chiesto che venisse subito al Congresso a spiegarne il contenuto.