Da quando si è seduto sulla poltrona di primo ministro, Pedro Sánchez sapeva di essere appeso a un filo molto sottile. Del resto, cosa mai potrebbe andare storto se l’alleato che ti tiene in piedi è un leader in esilio per evitare il carcere come Carles Puigdemont? È stato proprio lui a colpire alle spalle l’attuale primo ministro. Ma il catalano non si è dimostrato un granché come stratega politico e alla fine, in un momento delicatissimo per la popolarità di Sánchez travolto dagli scandali e dai problemi, potrebbe avergli fatto l’ennesimo favore. E la crisi di governo può essere quello che Sánchez aspettava davvero per rialzare la testa.
La sconfitta parlamentare infatti è soprattutto politica. Il governo perde la sua maggioranza di investitura e vede incrinarsi l’alleanza con Junts, già instabile dopo mesi di negoziati. Podemos, Erc, Bildu, Bng e altre forze della sinistra hanno sostenuto il primo decreto, ma non è bastato e la bocciatura sul secondo ha fatto il resto. Sánchez ha subito preso la palla al balzo: «Il governo non farà un passo indietro nella lotta per il diritto alla casa». Ma come può lo sconfitto, da mesi sulla graticola, girare la situazione a suo favore? Non è affatto un paradosso. Il primo ministro è nel mirino. Prima le inchieste che lo hanno sfiorato, con il rinvio a giudizio per traffico di influenza della moglie Begona Gomez e i guai giudiziari di alcuni membri di spicco del suo cerchio magico. Poi il travolgente caos immigrazione, con il disastro Ceuta e la gestione della crisi con il Marocco che lo ha messo al primo posto nell’elenco dei cattivi. Anche perché Sánchez dal 2024 è in guerra anche con la magistratura. Per ottenere l’appoggio dei separatisti catalani, fondamentale per formare il governo, ha approvato nel 2024 una legge di amnistia ad hoc. Il Tribunale Supremo spagnolo ha ritenuto che il reato di malversazione contro Puigdemont non rientrasse pienamente nell’amnistia, mantenendo attivo un mandato d’arresto contro di lui. Secondo Sánchez, le inchieste contro di lui altro non sono che una ritorsione delle toghe contro una legge così contestata. Nella spallata di Junts c’è anche una possibile manovra tutta catalana, considerata la forte perdita di consensi in Catalogna a vantaggio di Aliança Catalana, nuovo partito indipendentista della destra radicale guidato da Sílvia Orriols. Perché se ti «svendi» al governo, in Catalogna c’è subito qualcuno più indipendentista di te.
Ma tutto questo può giovare a Sánchez. Con nuove elezioni, il premier uscente potrebbe prima smarcarsi dallo stesso scomodo alleato e poi, soprattutto, proporsi come il leader del popolo che ha messo la faccia (poco conta che l’abbia pure persa) sulla riforma della casa appoggiando i ceti più deboli. Manovra che va di pari passo con la critica frontale a Israele e le sue lusinghe al mondo pro Pal che in Spagna è piuttosto forte. Tutto può succedere, anche perché i sondaggi in Spagna sono confusi così come la situazione politica. Alcune rilevazioni danno l’alleanza tra i popolari di Alberto Núñez Feijóo, che sarebbe il primo partito con circa il 33%, e l’estrema destra di Vox di Pedro Abascal, forte di oltre il 52% dei consensi. Altri sondaggi invece vedono i socialisti di Sánchez avanti a tutti di anche 6 punti percentuali, portando quindi quello che sembra il più debole del momento di nuovo in auge. Tutti vogliono sfruttare la crisi a proprio vantaggio. E, al momento, in Spagna tutto sembra poter succedere.
